Lo spinning

spinning tecnica acqua dolce Lo spinningLo Spinning è quella tecnica di pesca che prevede il continuo lancio e recupero di esche artificiali alla ricerca di predatori. Il termine deriva dall’inglese “to spin” (girare) e fa riferimento al continuo movimento rotatorio del mulinello. La caratteristica principale che la differenzia immediatamente dalle altre, è il continuo movimento: delle braccia, innanzi tutto, per i continui lanci e recuperi, ma anche delle gambe in quanto è fondamentale spostarsi il più possibile evitando una pesca statica (errore molto comune tra i neofiti della pesca al lancio). Non esiste un solo Spinning, occorre interpretarlo a seconda delle stagioni, dei luoghi e delle prede che vogliamo insidiare. Schematizzando, possiamo dividere lo Spinning (in mare ed in acqua dolce), in tre filoni principali :

1) Spinning leggero

E’ una tecnica indirizzata prevalentemente per  il mare, in particolare alle Spigole, in misura minore ad Occhiate, piccole Ricciole e Lecce, Aguglie, Sugarelli. Le zone da battere sono le acque basse caratterizzate da “piane”, da scogliere basse, da calette, dai moli. Occorrono canne corte e leggere da 2,10 a 2,40 m. con potenza da 5 a 25 gr. e mulinelli leggeri e poco capienti (si pesca con filo dello 0,20-0,25). Le esche dovranno essere di dimensioni ridotte, piccoli minnows e cucchiaini da lanciare direttamente senza zavorra, o piumette e anguilline in silicone da lanciare con piccole zavorre. questa è una tecnica adottata tipicamente da lanciatori d’acqua dolce che si recano al mare (ad es. in vacanza), ma è anche la riscoperta di molti pescatori che hanno utilizzato per troppo tempo attrezzature pesanti. E’ lo Spinning più diffuso dai lanciatori in acque interne, con particolare riferimento alla pesca delle Trote, dei Cavedani, dei Persici Reali e di tutte le altre specie di piccola taglia, insidiate dai neo lanciatori. E’ sicuramente lo Spinning che adottano i pescatori provenienti dalle esche naturali.

Attrezzatura

Occorrono canne corte e leggere da 1,80 a 2,20 m., con potenza dai 3 ai 15 gr. mulinelli leggeri e poco capienti e lenze dallo 0,16 allo 0,22. Le esche, davvero tantissime, andranno scelte fra le misure più piccole, in base alla potenza della canna, con particolare attenzione ai cucchiaini rotanti, i minnows piccoli e medi e la famiglia delle piccole esche siliconiche.

2) Spinning medio

E’ di gran lunga il sistema più utilizzato nelle nostre acque, sia in mare che in acqua dolce, perché più idoneo alla taglia media delle nostre italiche prede.

Attrezzatura

In mare, canne da 2,70 – 3,00 m. con potenza dai15 ai 50 gr., mulinelli da 300 a 350 gr. di peso, con capienza 150-200 m. dello 0,30. Come artificiali minnow e popper da 9-11 cm. o cucchiaini da 7-10 cm per 15-30 gr. di peso. In acqua dolce, canne dai 2,40 ai 2,70 m. Con potenza dai 15 ai 40 gr., mulinelli dai 300 ai 350 gr. di peso, con la capienza di cui sopra. Come artificiali basterà portare con noi qualche “centinaio” di esche (nel baule della macchina) e mettersi nelle tasche del giubbotto un paio di scatole dei soliti Minnows medi, snodati e non, alcuni Rotanti e Tandem, alcuni Spinner Bait e le universali o quasi esche siliconiche medie.

3) Spinning pesante

E’ l’evoluzione finale di ogni lanciatore, quando ci si accorge che anche dalle nostre acque è possibile la cattura di prede notevoli. E’ indispensabile anche quando si vogliano raggiungere lunghe distanze, come dalle rive poco profonde o quando dobbiamo raggiungere ostacoli ed hot spot interessanti, lontano dal raggio d’azione delle solite esche (e dei numerosi concorrenti lanciatori).

Attrezzatura

In mare, occorrono canne da 3 metri in su (ma non è consigliabile superare i 3,60), capaci di lanciare esche pesanti, fino a 80 gr. ed oltre; il mulinello dovrà essere proporzionato e contenere almeno 200 metri di filo dello 0,35-0,40. Gli artificiali sono grossi cucchiaini o pirker per il lancio dalle spiagge, o pesanti minnows e popper dalle rocce. In acque interne, le canne sono solitamente sui 2,70 m. (da spinning o da casting), con impugnatura a due mani e potenza massima lanciabile attorno ai 40-70 gr. Il mulinello potrà essere anche a bobina rotante per permettere (dopo un adeguato tirocinio) lanci lunghi, recuperi potenti e senza torsioni alla treccia od al monofilo.

IL LANCIO

Nello Spinning in mare, non c’è la necessità di lanci precisi, come serve solitamente invece per le acque dolci. Essendo più importante la gittata, si dovrà cercare il lancio che consenta all’artificiale di arrivare il più lontano possibile. Se è vero, infatti, che normalmente non servono lanci lunghissimi (spesso bastano 15 -20 metri o poco più) è anche vero che in alcune occasioni qualche metro in più può fare la differenza, aumentando notevolmente le possibilità d’incontro. Il lancio più utilizzato è quello laterale, eseguito con una veloce frustata del braccio (con canne rapide) o con un movimento più ampio e morbido con canne paraboliche o con esche particolarmente pesanti. In assenza di vento le migliori distanze si raggiungono con inclinazione del lancio di circa 45°, mentre con vento frontale è opportuno abbassare l’altezza del lancio per due motivi: la forza del vento aumenta allontanandoci dalla superficie, quindi un’esca che vola bassa risente meno dell’azione del vento; in secondo luogo, durante il lancio l’artificiale perde progressivamente la propria energia cinetica, dobbiamo ridurre quindi la durata dell’ultima fase, nella quale il vento contrario può respingere indietro l’esca. Quindi minore è l’altezza del lancio, più rapida sarà la caduta dell’artificiale e più ridotta l’influenza del vento contrario. In caso di vento a favore occorre invece aumentare l’altezza del lancio, per incrementare la distanza dello stesso. In alcune occasioni, anche pescando in mare, è necessario ottenere dei lanci precisi, ad esempio in alcune tipiche zone da Spigole con acque basse, scogli sparsi e fondo irregolare ; nelle quali è importante portare l’esca in determinati punti (anche per evitare di arroccare). In questo caso il lancio dovrà passare sopra la testa del pescatore e compiere un tragitto perpendicolare alla linea dell’orizzonte. Abbiamo poi l’esigenza di esplorare con i lanci una zona più ampia possibile; non è produttivo, in genere, insistere per troppo tempo nello stesso posto, nello Spinning è il pescatore che va a caccia della preda. Pertanto è consigliabile eseguire da ogni postazione circa 5-10 lanci, esplorando a ventaglio l’acqua davanti a noi (se non si vedono ovviamente segnali diversi, quali: cacciate, bollicine, salti o spostamenti di vegetazione). E’ molto importante lanciare anche parallelamente alla sponda, dove spesso il predatore si nasconde in attesa della preda. In assenza di ferrate o segnali confortanti conviene spostarsi di qualche metro e ricominciare con i lanci. Non facciamo mai l’errore di pensare: “inutile spostarsi di 10 metri, se il pesce è in zona passerà anche qui” (sentita spesso). Niente di più sbagliato! Un predatore (ad es. la Spigola in mare od il Luccio in acqua dolce), può restare ore fermo ad aspettare la preda dietro un ostacolo e non attaccherà mai il vostro artificiale se non gli passa sotto il naso. Più il predatore vive in ambienti frequentati da lanciatori e pescatori in genere (ad es. con esche vive), e più tende a non abbandonare il proprio rifugio. Solamente lanciando nei pressi (o dentro) la tana, avremo possibilità di successo. Anche in mare, inspiegabilmente, pure i pelagici, abituati a scorrazzare in lungo e in largo invece di appostarsi attendendo la preda, sembrano seguire le stesse regole. Si hanno abboccate sempre e solo nelle stesse zone (giochi di correnti… abbondanza di pesce foraggio… minor passaggio di natanti…). Conosciamo delle postazioni, apparentemente omogenee ad altre, nelle quali le catture si affettuano per il 90% sempre negli stessi (pochi) posti ; mentre, nelle restanti, e senza alcun motivo apparente, le catture sono rare ed occasionali. E’ evidente, pertanto, l’importanza, quando si approccia un nuovo posto di pesca, almeno per le prime uscite, esplorare ogni metro della nostra zona di pesca, fintanto non riusciamo ad individuare le famose zone calde (hot spots). Per le acque dolci, il discorso tecniche di lancio, si complica notevolmente, essendo necessario impararle davvero tutte ; i lanci sopra descritti, validi per la pesca in mare, lo sono altrettanto, per gli ambienti vasti quali : laghi, grossi fiumi del piano, lanche e grosse morte e comunque in tutti quegli ambienti con una certa portata d’acqua. Le cose si complicano, insidiando i predatori in ambienti difficili : dal mini torrente, all’infrascato laghetto, insidiando particolarmente quei pesci che stazionano stabilmente all’interno di tutti gli ostacoli che la natura o l’uomo gli hanno fornito. Lancio a catapulta… rovesciato… a pendolo… ci potrà essere davvero bisogno di tutta la ns. esperienza di lanciatori, per affrontare le situazioni più promettenti.

L’importanza della precisione

Diventa fondamentale, prima del lancio, immedesimarsi nel pesce, valutare mentalmente dove far arrivare in acqua la nostra esca e dove, in assenza di abboccate immediate, far compiere il tragitto fino ai ns. piedi, svicolando fra un ostacolo e l’altro.
Si affina col tempo quell’esperienza, comunemente chiamata “senso dell’acqua”, in grado di farci scegliere, in un posto nuovo di pesca, le zone più idonee. Si comincerà a scartare tantissimi posti, apparentemente buoni, continuando a camminare lungo le rive, finchè la ns. attenzione non sarà attirata solamente da poche ma interessanti postazioni, chiamate in gergo “hot spot”. Se poi camminando piano sulle rive, abbiamo la fortuna di scorgere, con le lenti polarizzate, un bel pesce, la precisione di lancio, dovrà essere fondamentale. Non bisognerà sbracciarsi troppo, preferendo un lancio dal basso od uno laterale, ed evitando ogni rumore che possa mettere in allarme la nostra potenziale preda. Si dovrà lanciare tassativamente davanti al muso dello stesso di ca. 50 – 70 cm. posando la nostra esca nel modo più dolce possibile. Se l’attacco non avviene immediatamente, di riflesso, bisognerà dar vita all’esca, appena questa tocca l’acqua, per far in modo di suscitare interesse nel predatore.

L’importanza del silenzio e del mimetismo

Altri due particolari importantissimi, ai fini del successo nella nostra tecnica, sono : il silenzio ed il mimetismo.
Forse sono gli ingredienti più importanti, più di ogni esca conosciuta ; se non ci facciamo vedere e rimaniamo in silenzio (in armonia con la natura che ci circonda), abbiamo già le carte in regola per presentare ai nostri avversari qualsiasi tipo di esca con notevoli probabilità di successo. Un pesce mantenuto sicuro e tranquillo, senza sospetti di alcun genere, può abboccare praticamente a tutto… al contrario uno spaventato, che non abboccherà sicuramente (magari per ore), neppure alla più costosa esca artificiale o naturale oggi conosciuta sulla terra !

Zavorra?

In mare, a parte le piumette, i piccoli cucchiaini e le anguilline in silicone, gli artificiali più utilizzati (cioè minnow, popper, cucchiaini) possono essere lanciati senza zavorra. Naturalmente occorre utilizzare esche con un certo rapporto peso/dimensioni e, comunque, adeguati alla potenza della canna. In genere per un buon lancio occorrono artificiali di almeno 15 gr, ma in caso di vento frontale è opportuno privilegiare esche più pesanti. In fiume, specie a forte corrente, qualche volta possiamo ricorrere a piccole zavorre (15 – 20 gr.), posizionate a 60 – 70 cm. dall’esca ; ad esempio nella pesca delle Cheppie con piccoli ondulanti o dei Cavedani nei grandi fiumi e nei grandi laghi. Ovviamente, visto che le zavorre limitano la sensibilità del pescatore nei confronti del corretto recupero dell’esca, è opportuno limitarne l’uso a casi eccezionali ed inevitabili.

IL RECUPERO DELL’ESCA

Di solito, un cucchiaino o un pesciolino ben costruito, risulta efficace anche se recuperato con andamento regolare, soprattutto in mezzo alla schiuma ed alle correnti, ma è vero che un nuoto irregolare, a strappi, con continui stop, ripartenze e cambi di direzione, può costituire un’attrazione in più per il predatore smaliziato o poco propenso all’attacco. Conviene sempre alternare i due tipi di recupero, privilegiando il secondo quando ci accorgiamo della presenza di pesci svogliati. In ogni caso il recupero deve essere piuttosto veloce, considerando che un pesciolino di discrete dimensioni risulta “credibile” con velocità di 3,5-4 nodi, mentre per i cucchiaini può essere sufficiente una velocità minore. Tutti i movimenti impartiti all’artificiale devono essere prodotti con adeguata azione della canna e con movimenti del polso. Con acque profonde, la punta della canna dovrà essere tenuta bassa, per un migliore controllo dell’artificiale, mentre se vogliamo che l’esca lavori più in superficie (ad esempio per evitare incagli su bassi fondali), dovremo tenere la canna alta. In ogni caso nell’ultima parte del recupero la punta della canna dovrebbe essere abbassata verso l’acqua per evitare che l’angolo troppo aperto formato dalla lenza con la superficie costringa l’artificiale ad un nuoto non corretto o addirittura ad uscire dall’acqua (il problema è più sentito con i cucchiaini perchè non hanno la paletta affondante).

Gli ultimi due metri di recupero

Questa fase è molto importante perchè spesso l’attacco avviene proprio in prossimità della riva. Bisognerà allora prolungare al massimo l’uscita dell’esca, con saliscenti, cadute a foglia morta verso il fondo… risalite improvvise… colpetti con la canna, ripartenze brucianti. Quando il predatore, che ci aveva seguito sornione fin quasi a riva, si arrabbia sul serio, si produce in un attacco al cardiopalma… innescando una lotta all’ultimo sangue, dove, non sempre è il pescatore ad uscirne vincente.

L’ATTACCO DELLA PREDA

Le prime volte accade quando ormai non ci crediamo più, quando si allenta la concentrazione sul recupero, quando il braccio lancia meccanicamente e la testa sta pensando ad altre cose. Nel primissimo istante è difficile distinguerlo dal solito incaglio, semplicemente l’artificiale si blocca, la canna si piega ed il pensiero istantaneamente ritorna lì, sotto la superficie. Poi avviene tutto in un attimo, le testate, la fuga, la scarica di adrenalina. In questo caso cominciamo col dire che non sempre è opportuno ferrare subito, perchè:

  1. il predatore in genere si ferra da solo nella violenza dell’attacco;
  2. ferrare subito può significare esercitare una trazione sulla lenza proprio mentre il pesce comincia la prima fuga, che è la più veloce e potente, con elevato pericolo di rottura. Se proprio vogliamo ferrare (può essere utile con pesci dal palato duro come i Barracuda, i Lucci o le Cheppie) facciamolo dopo la prima fuga o se il pesce non è molto grosso.
  3. ferriamo sempre e comunque, perché qualcuno sostiene che è meglio ferrare, per errore, un ramo che perdere un grosso pesce per non averlo ben agganciato.

Una cosa che invece dovremo fare subito è regolare la frizione, che durante il recupero abbiamo lasciato piuttosto chiusa, in modo da assecondare la fuga dal pesce. Se questa si prolunga un po’ troppo occorre chiudere gradualmente la frizione per evitare che il pesce porti via troppa lenza o possa intanarsi. Solo alla fine della prima fuga si può tentare l’avviccinamento della preda con una azione di pompaggio con la canna. Il recupero deve essere fatto con la frizione più chiusa oppure, tenendo la frizione leggermente aperta, bloccando con la mano la bobina per evitare che slitti durante il pompaggio. Questa tecnica ci evita di regolare in continuazione la frizione a seconda del comportamento del pesce ed è consigliabile con pesci potenti: è più veloce togliere la mano dalla bobina nel momento in cui il pesce riparte piuttosto che aprire la frizione.

Il recupero a frizione completamente chiusa

Qualcuno consiglia il recupero delle prede semplicemente mantenendo serrata completamente la frizione e concedendo filo alla preda in fuga, agendo all’indietro con la manovella del mulinello (ovviamente con l’antiritorno disinserito). Bisogna farci all’inizio la mano, ma se ci si prova, ci si accorge presto che si acquista maggior sensibilità e maggior contatto con la preda che sta lottando all’altra estremità della lenza. L’altro vantaggio è che si permette meno libertà al pesce, lavorandolo molto più di canna, soprattutto pescando in mezzo ad ostacoli pericolosi (alberi, rocce…), è più difficile che il pesce riesca a raggiungere le tane ed a liberarsi… strappando lenza ed imprecazioni dalla bocca del pescatore.

Il salpaggio della preda

Di solito, dopo due o tre fughe un pesce di media taglia esaurisce quasi tutte le proprie energie ed è pronto per il salpaggio. A questo punto, se siamo su una scogliera (o una riva alta), è opportuno scegliere velocemente la roccia o il punto dove avverrà il recupero. E’ sempre opportuno, in caso di acque agitate (al mare, in fiume o in torrente), preoccuparsi prima di tutto della propria sicurezza e scegliere una situazione comoda e al riparo da pericoli. Questa fase è quella che presenta il maggior rischio di rottura della lenza; con onde grosse ed in presenza di forti correnti, è frequente perdere pesci anche non troppo grossi, non sempre un raffio o un guadino è disponibile o salvano la situazione. In casi particolari (scogliere alte o dighe) si può essere addirittura costretti salpare di peso il pesce, naturalmente con canna e filo adeguati. In generale, è sempre opportuno individuare già al momento della ferrata una postazione ampia e piatta dove far “scivolare” la preda ormai esausta. Si eviterà così di perdere molti pesci

TECNICA

Il Flipping:

Consiste in una tecnica di presentazione dell’esca quasi più in verticale che in orizzontale, da effettuarsi preferibilmente dalla barca in presenza di acque torbide o comunque molto opache e con scarsa profondità, è diretta principalmente ad insidiare Black Bass e Lucci.  Non è che sia impossibile praticarla da riva, anzi è una delle tecniche più usate assieme al Pitching, nel cercare i pesci nascosti nelle sponde più infrascate, né diciamo che è impossibile praticarla dal Belly Boat (ciambellone) anche se si fa fatica perché bisogna tenere alte le braccia, è solo che praticarla dalla barca, senza ostacoli dietro di noi e da una posizione rialzata rispetto la superficie dell’acqua, come solamente permette lo stare in piedi in una barca appositamente gavonata per la pesca, è di gran lunga la situazione preferibile. Si è rivelata negli anni una tecnica efficacissima per insidiare il pesce in ambienti particolarmente ricchi di vegetazione quali canneti, ninfee, tronchi sommersi… è impiegata dagli agonisti nelle varie competizioni per stanare il pesce direttamente dal proprio rifugio. La stagione ideale per praticarla, se ci riferiamo ai Bass, va dalla tarda primavera all’autunno anche se sporadiche catture si possono effettuare tutto l’anno. Se invece ci riferiamo ad altri pesci, per i Luccio funziona egregiamente dall’autunno all’inverno, mentre per le Trote in cava, si è scoperto che le stesse prediligono molto quest’azione di presentazione a saliscendi, nei sottoriva prescelti come luogo di frega nel periodo di fine autunno, inizio inverno, impiegando stickbait siliconici.

attrezzatura

Ovviamente possiamo praticarla con le canne ed i mulinelli che possediamo, anche se l’ideale, se diamo retta ai maestri americani, bisognerebbe utilizzare un’apposita canna monopezzo da casting (Flipping Stick) da 7,6 piedi (ca. 230 cm.), magari con il primo pezzo vicino al calcio, rientrante, per agevolarne il trasporto. La potenza andrà scelta da un minimo di 3/8 di oncia (10,5 grammi) ad un massimo di 2 once e mezzo (70 grammi). Queste specifiche canne, hanno un’azione molto rigida e di punta; prendendole in mano per la prima volta, si ha l’impressione di avere fra qualcosa di davvero tosto! Potrà sembrarci un’attrezzatura eccessiva se proveniamo da altre tecniche, ma è sicuro che estrarre di forza un bass sui due kg. ed oltre dalla sua tana è un’impresa tutt’altro che facile e per non perderlo bisogna forzarlo e portarlo nel minor tempo possibile a lottare in acque aperte. La tecnica del Flipping é la più pesante fra le tecniche “da gomma” e richiede, per aver ragione dei pesci rintanati fra gli ostacoli, di un’attrezzatura robusta in ogni particolare. Il mulinello da abbinare sarà ovviamente da casting e possibilmente con il bottone “Flipping” che permette di far scendere con facilità il filo durante la pesca a ridosso degli ostacoli e una volta percepita l’abboccata, consente una ferrata immediata, molto superiore alla sola azione manuale. Non c’è bisogno di ricorrere alla manovella del mulinello, ci basta solamente rilasciare il pollice e la bobina si blocca di colpo. L’altra funzione del bottone flipping è quella di lasciare libera la bobina di ruotare sul proprio asse, durante il lancio, solamente seguendo il peso dell’esca, ma questa funzione è sicuramente molto più importante nel lancio con la tecnica del Pitching poiché abbiamo bisogno di arrivare più lontano. Una volta inserito il bottone Flipping, spingendolo verso l’alto, posto sopra al carter del mulinello, ci basterà tener premuta la leva di sblocco per liberare la bobina e far scendere la nostra esca verso il fondo. Appena avvertiremo un segnale di abboccata, ci basterà rilasciare la leva e la bobina si bloccherà istantaneamente. Potremo quindi imprimere la ferrata in modo molto più veloce senza preoccuparsi di dover azionare la manovella manualmente per ottenere la chiusura e poter iniziare il recupero. L’utilità di tale bottone è solamente limitata a queste specifiche occasioni, ma di sicuro è molto utile. Possiamo praticare questa tecnica anche con i mulinelli da spinning, con l’unica differenza che l’azione di pesca complessiva risulterà più lenta dovendo ogni volta aprire e chiudere l’archetto del mulinello. Non è un grosso problema pescando per diletto, lo diventa pescando durante le competizioni poiché il nemico principale è sicuramente il tempo a disposizione. A livello teorico più lanci e più presentazioni dell’esca si riescono a fare più abboccate si avvertono e più pesci si prendono… aggiungiamoci poi la maggiore silenziosità di presentazione in acqua dell’esca ed ecco spiegato perché gli agonisti con questa tecnica impiegano esclusivamente i mulinelli rotanti e l’attrezzatura da casting. Il Flipping è una tecnica da effettuarsi a distanza ravvicinata, preferibilmente dentro all’intrico degli ostacoli quali canneti, distese di ninfee, alberi sommersi, pontili…insomma tutti quegli ostacoli solidi che rappresentano i rifugi preferiti dei predatori più grossi e smaliziati. Arrivando silenziosamente con la barca munita di motore elettrico o pinneggiando lentamente con il belly, riusciremo ad arrivare a pochi metri dallo spot prescelto. Possiamo senz’altro affermare che oltre ad una tecnica di lancio il Flipping è una vera e propria Tattica da adottare ogni volta che lungo la sponda si presentino le condizioni ideali. Certo i primi lanci, durante l’avvicinamento potremo anche farli al limite esterno degli ostacoli lanciando crank o spinnerbait, ma se questi non sortiranno gli effetti sperati in termini di abboccate, sarà naturale cambiare canna e lanciare con l’attrezzatura pesante da flipping nel cuore degli ostacoli; ecco perché parliamo di tattica da mettere in pratica, momento per momento, durante la battuta di pesca. Malgrado a prima vista possa sembrare monotona e poco efficace è invece un sistema formidabile per pescare in velocità, lanciando e recuperando decine di volte ed indurre all’abbocco gli esemplari migliori. Nessun’altra tecnica riesce a tanto, perché è l’unica in grado di far arrivare l’esca a diretto contatto di avversari magari immobili nelle loro tane e non disposti a risalire o spostarsi per ghermire altri tipi di esche. Il monofilo da impiegare, andrà scelto in relazione ai pesci ed alla consistenza degli ostacoli presenti, forse è preferibile impiegare diametri che vanno dallo 0,35 per la pesca nei canneti fino ad arrivare allo 0,50 per la pesca in mezzo agli alberi sommersi. Il trecciato, anche se con acque spesso torbide si può sicuramente impiegare, si potrebbe preferire usare il monofilo perché ha una riserva di elasticità che può far comodo durante i recuperi forzati, per impedire al pesce di strappare o di slamarsi. Molto valido  invece è il fluorocarbon perché permette di sfruttare le sue doti di affondamento e di resistenza allo sfregamento. La sua indiscussa invisibilità ci permette poi di impiegare diametri maggiori che ci daranno maggiori garanzia di tenuta in caso di auspicabile lotta con grossi esemplari.

Le esche

Le esche da impiegarsi, oltre agli Jigs, sono principalmente quelle siliconiche dai grub e dai worms con particolare predilezione per quelli a coda diritta, lunghi dai 6 ai 9 pollici, soprattutto nei colori nero o comunque scuri oppure altre esche in gomma a corpo compatto per poterle facilmente inserire nel cuore delle strutture. Da non dimenticare poi le salamandre (Lizard), i gamberi e gli adescanti ed indispensabili skirted grub single e double tail, innescati con amo singolo e piombatura in testa (magari Stand Up Jighead della Chompers, che permettono di mantenere fermo l’artificiale sul fondo, con l’amo rivolto all’insù). Per ultimi ma non meno importanti con questa tecnica, i Tube Jig.

L’azione di pesca, il lancio a Flipping:

Si guarda innanzi tutto verso la sponda e si sceglie la zona ricca di ostacoli dove si presume possano esserci in agguato i predatori e dove pertanto lanciare la nostra esca. Individuata la zona ci si avvicina lentamente fino a circa 4 o 5 metri; l’esatta distanza si valuta in base al grado di torbidezza ed opacità dell’acqua o alla vegetazione più o meno fitta che ci troviamo davanti e che ci nasconde più o meno agli occhi del nostro predatore.

Il mulinello andrà preventivamente tarato in questo modo:

  • Freno meccanico chiuso in relazione al peso dell’esca
  • Freno magnetico o centrifugo tarato medio
  • Impugnando la canna con la mano destra, stando in piedi, teniamola a quarantacinque gradi verso l’alto. Con il pollice leggermente premuto sulla bobina aperta o a pulsante flipping inserito, premendo la leva di sblocco, sfiliamo lenza dal mulinello fino a far quasi toccare l’acqua alla nostra esca
  • Con la mano sinistra prendiamo il filo fra il mulinello ed il primo anello e sfiliamo ulteriore lenza dal mulinello, portando indietro il braccio tendendolo dietro di noi con un movimento dall’alto verso il basso. Diciamo che la corretta posizione finale del braccio è all’incirca all’altezza della nostra cintura mentre l’esca rimarrà sempre a sfiorare l’acqua. Se a questo punto posassimo la lenza a terra, ci accorgeremmo che fuori dal mulinello fino ad arrivare all’esca ci sono dai 4 ai 6 metri di filo (questa distanza varia dall’altezza del pescatore e dalla lunghezza delle sue braccia);
  • Ora facciamo oscillare l’esca verso di noi agendo sulla canna. Quando arriva vicino al filo teso fra la canna e la mano sinistra, con un movimento rapido e costante del braccio che impugna la canna, proiettiamo l’esca verso il nostro obiettivo. Contemporaneamente agiremo con il movimento del braccio sinistro, che accorcia il filo fra la canna e l’esca, assecondando la traiettoria di lancio, mentre con la mano destra abbassiamo la punta della canna portando il cimino verso l’acqua, in direzione del punto in cui dovrà posarsi la nostra esca.

N.B. Per fare avvicinare a noi l’esca agiamo dapprima con la canna verso l’alto e poi la lanciamo in avanti con un movimento a pendolo veloce e costante. Questo movimento permetterà all’esca di proiettarsi in avanti. E’ molto importante mentre portiamo il braccio che impugna la canna fino a stendersi completamente in avanti, che contemporaneamente pieghiamo il polso che impugna la canna con un movimento antiorario di circa quarantacinque gradi, in modo che portare la manovella del mulinello fuori dalla traiettoria del filo che si sta tendendo e che proviene dalla mano sinistra. In questo modo eviteremo fastidiosi ingarbugliamenti di filo sulla manovella del mulinello che influenzerebbero negativamente il buon esito del lancio stesso.

  • L’esca si frena in acqua semplicemente agendo con la mano sinistra che porta il filo verso la canna. Dopo un breve tirocinio ci   accorgeremo che dosando questi movimenti riusciremo ad ottenere una posa estremamente silenziosa, sicuramente non           ottenibile con la canna da spinning e paragonabile solamente all’entrata in acqua dei popper lanciati con la canna da mosca.

L’azione del mulinello nel flipping , durante il lancio, è praticamente inesistente in quanto già la quantità di filo estratto con le braccia dal mulinello rappresenta una quantità di filo spesso maggiore di quella necessaria alla distanza di lancio. Abbiamo parlato di lanci di quattro, massimo sei metri, ma avremo situazioni in pesca dove tale distanza di lancio non sarà affatto necessaria poiché la posa dentro agli ostacoli verrà fatta quasi in verticale sotto la punta della canna. Quando invece la distanza è al limite può intervenire il mulinello lasciato aperto, ma si tratterà sempre di distanze poco sopra ai sei metri. Oltre tale misura è molto meglio lanciare a Pitching. Il mulinello andrà poi usato ben poco anche durante l’azione di pesca. Infatti l’esca andrà fatta scendere imprimendo movimenti a saliscendi, badando bene di mantenere il controllo costante dell’esca. Per fare questo è preferibile tenere il filo in mano con la sinistra e la canna con la destra, in modo da riuscire ad avvertire anche le tocche più delicate.

L’importanza della delicatezza di posa:

E’ una delle cose più importanti nella pesca a lancio. Più importante dell’esca che si sta impiegando! Stiamo pescando vicini al pesce, direttamente sulle loro tane, insospettirli con un lancio rumoroso significa semplicemente farli fuggire. Ecco perché è consigliabile per questa tecnica l’attrezzatura da casting correttamente applicata. Con i mulinelli da spinning tale azione, si cerca di imitarla chiudendo l’archetto alcuni istanti prima che l’artificiale tocchi l’acqua ed agendo nello stesso tempo di canna, portandola all’indietro fino a far tendere la lenza un attimo prima della caduta in acqua dell’esca. Dopo il necessario tirocinio, riusciremo a far “pattinare” leggermente sulla superficie dell’acqua il nostro artificiale, anche pesante, nel miglior modo possibile, facendolo entrare in acqua molto più silenziosamente, rispetto al lasciare cadere l’esca in acqua senza alcun nostro intervento. Eviteremo di allarmare maggiormente il pesce, costringendolo a fughe precipitose e facendolo rintanare nei meandri più intricati del suo rifugio, a tutto beneficio dei risultati complessivi della battuta di pesca. Queste indispensabili precauzioni, andranno ovviamente curate maggiormente, nei posti dove la presenza di altri pescatori è più massiccia ed il pesce è più smaliziato.

L’azione di pesca:

Una volta fatta entrare in acqua la nostra esca, inizieremo a farla affondare, imprimendo alla canna degli arresti periodici, inframmezzati da movimenti di polso, tendenti a far “pulsare” ed animare la nostra esca. Pescando vicino a noi e recuperando più di polso e di canna che di mulinello porteremo pian piano il nostro artificiale sul fondo dove, in assenza di abboccate, lo terremo immobile per qualche secondo. Se non avvertiremo ancora nulla di “sospetto” faremo ripartire con un colpetto di canna l’artificiale e zigzagando e facendolo fluttuare, ritorneremo a posarlo sul fondo. La cosa assolutamente fondamentale è quella di tenere sempre il controllo dell’esca attraverso la costante gestione del filo. Dopo cinque o sei di queste ripartenze, se non avvertiremo ancora nulla, ci converrà recuperare un po’ più decisi anche perché potremmo essere già fuori dalla zona ottimale dell’hot spot. Una volta che l’esca è giunta sotto di noi o sia finita in una zona che riteniamo improduttiva, ritorneremo ad effettuare un lancio in un altro punto vicino che a noi sembri potenzialmente promettente. In questo tipo di recupero, il pescatore mette in mostra le proprie vere capacità, la vera “arte del recupero”, qui davvero si vedono in azione quelli bravi, quelli cioè capaci di far animare, di far sembrare viva e sfuggente un’esca artificiale che da ferma sembra non avere attrattiva alcuna. Dovremo tenere la massima concentrazione perché l’abbocco potrà avvenire in qualsiasi momento; dall’entrata in acqua fino alla sosta, anche prolungata, sul fondo. Stiamo pescando su bassi fondali, un pesce aggressivo ci metterà una frazione di secondo ad avventarsi sulla potenziale preda o qualche decina di secondi, dopo che si è fermato sul fondo, in caso di estrema diffidenza ed apatia dell’esemplare incontrato. Se in qualche modo lo abbiamo spaventato, dobbiamo far leva sulla sua curiosità per farlo tornare sui suoi passi e convincerlo ad attaccare quello strano essere che è venuto a disturbare ed invadere il suo territorio. Uno dei sistemi più efficaci consiste nel far compiere all’artificiale piccoli saltelli sul fondo, facendogli sollevare piccole nuvolette di fango e detriti, come se il nostro fosse intento a mangiare sul fondo. Di solito il Bass si precipita perché sa benissimo che il pesce che si nutre sul fondo ha gli occhi rivolti verso terra e può non accorgersi del pericolo che giunge dalle spalle. Se peschiamo in acqua abbastanza limpida ed assistiamo alla scena, sarà meglio costringerlo all’abbocco di reazione, fingendo di volergli sfuggire con un colpo veloce di canna verso l’alto. Tantissime volte il pesce attacca l’esca durante la discesa, questa non dovrà mai essere lasciata a se stessa, in caduta libera, ma dovrà sempre essere accompagnata dal pescatore, mantenendo sempre il filo in leggera tensione…pronti a ferrare al minimo sentore di situazione anomala. Risulta vincente tenere il nylon con la mano sinistra ed il braccio aperto (al contrario per i mancini) lontano dalla canna, per poter concedere immediatamente filo al minimo sentore di situazione anomala o di scarto laterale improvviso del monofilo, dando così tempo al pesce di terminare l’abbocco senza fargli percepire alcun peso anomalo dall’altra parte della lenza. In sostanza è quasi come pescare le trote al tocco in torrente; le dita che tengono stretto il filo sono molto sensibili e riescono a percepire prima ogni piccola asperità del fondale, ogni ostacolo ma soprattutto le tocche più delicate dei pesci. Col tempo riusciremo a percepire chiaramente la differenza fra alghe, ostacoli rigidi come rami e sassi, anche se qualcuno di questi ci trae quasi sempre in inganno, come i malefici rami obliqui che sembrano pesci che mangiano l’esca spostandosi lentamente. In ogni caso quando ci sembra che il pesce stia abboccando (a volte è perfettamente evidente, con strappetti ripetuti ed in crescendo), la mano sinistra che trattiene il filo andrà portata verso la canna, chiudendo il braccio e quando il filo comincia a tendersi, bisogna scoccare una secca ferrata in modo da riuscire a piantare l’amo nel duro apparato boccale del pesce. Per limitare le abboccate a vuoto, è spesso meglio attendere uno o due secondi prima di ferrare con forza, per dare il tempo al pesce di ingoiare l’esca. Questo consiglio non è però valido in situazioni davvero critiche, quando cioè posiamo l’esca proprio dentro al cuore di ostacoli rigidi e spessi come ad esempio la chioma di un albero sommerso, caduto in acqua. In questo caso, per non far finire il pesce nell’inestricabile intrico di robusti rami, si dovrà ferrare immediatamente ed altrettanto repentinamente iniziare il recupero di forza, confidando nella robustezza della ns. attrezzatura e dell’effetto sorpresa sul pesce. Se invece l’abboccata fosse repentina, allora è meglio serrare il filo con forza con la mano e ferrare contemporaneamente con la destra, lasciando il filo con la sinistra solamente quando si percepisce che la ferrata è andata a buon fine. In questi casi però io preferisco poi dare una seconda ferrata per essere certo di aver conficcato bene l’amo prima di iniziare la lotta con il pesce fra gli ostacoli. Ovviamente queste situazioni limite, richiederanno ami molto robusti ed a filo spesso e forgiato (Jig casting), monofili sopra apparentemente esagerati (0,40 – 0,50) e canne adeguate a lotte brevi ed intense. Non a caso è la tecnica più usata dagli agonisti, soprattutto nelle ultime fasi della gara, dopo aver usato le canne da spinnerbait e da cranckbait (minnow di profondità); quando cioè il pesce è stato ampiamente disturbato dai lanci, dalle imbarcazioni e dai rumori provocati inevitabilmente dalla baraonda venutasi a creare durante lo svolgimento frenetico della manifestazione. Lo spostamento veloce delle imbarcazioni, in un territorio acquatico limitato ed i continui lanci di esche di ogni tipo ha, come logica conseguenza, portato il pesce a rintanarsi nei rifugi più fitti. Il Flipping o il Jigging se la profondità è elevata, in particolare a ridosso degli ostacoli emergenti o posati sul fondo, diventano quindi tecniche fondamentali per cercare di far volgere a nostro favore la giornata.

I rifiuti all’esca :

Ci sono volte che vediamo il pesce arrivare veloce, fermarsi, girare attorno alla potenziale preda, girarle attorno con le pinne laterali frementi, magari anche “assaggiarla” avvicinandosi con il muso e poi andarsene senza compiere la sperata abboccata. Al cinquanta per cento, in presenza di acque chiare, forse i rifiuti siano da attribuirsi al fatto che il pesce ci ha scorti all’ultimo istante. In quella zona d’acqua, egli non conosce solamente tutte le asperità e le caratteristiche del fondale, ma altrettanto bene conosce i colori e la forma della sponda. Soprattutto poi se parliamo del Bass, un pesce con gli occhi costantemente rivolti verso l’alto pronto a ghermire l’incauto insetto che svolazza troppo vicino alla superficie dell’acqua. Dopo alcuni anni passati in quel piccolo pezzo di territorio è verosimile pensare che conosca ogni filo d’erba, ogni cannuccia, ogni sasso, ogni ramo presente sulla sponda. Malgrado il nostro abbigliamento mimetico, una sagoma sconosciuta che si para davanti massiccia nel suo territorio, fa scattare nel pesce paure ed istinti di sopravvivenza. Anche il boccone più succulento ed appetitoso passa in secondo piano, quando la posta in gioco può essere la propria vita! L’altro quaranta per cento si potrebbe attribuire ad un recupero sbagliato dell’esca, nelle ultimissime fasi di avvicinamento del pesce.  Se il pescatore all’avvicinarsi del pesce all’esca, continua a muoverla normalmente, senza accelerare il recupero, come se nulla stesse arrivando, sicuramente otterrà il solo risultato di farsi avvicinare, annusare, e farsi rifiutare sdegnato. Se viceversa all’arrivo del predatore, quando questi si trova ad una ventina di centimetri, facciamo seguire uno scatto di canna velocissimo verso l’alto o un rilascio improvviso della lenza, facendo precipitare l’esca verso il fondo, come a cercare di trovarvi rifugio…beh, quasi sicuramente otterremo un attacco fulmineo ed immediato. La reazione del pesce in questo caso, è fra le più spettacolari e violente in assoluto. C’è poi un ultimo residuo dieci per cento di altre ragioni che determinano i rifiuti, che molto probabilmente non riusciremo mai a decifrare. Tale percentuale si potrebbe tentare di limitarla impiegando esche autocostruite.; presentando una nuova esca di fronte al pesce, con movimento, forma e colori mai visti in precedenza, si dovrebbero aumentare le chances di abboccata…

Conclusioni:

I vantaggi nel corretto apprendimento di quest’indispensabile tecnica – tattica di lancio sono talmente evidenti che si misurano in maggiore quantità e qualità di catture; ne consegue che vengono ripagati ampiamente gli sforzi compiuti nell’apprenderla.Varrà la pena che ci alleniamo su un prato, nel cortile od anche in una stanza di casa nostra per migliorare la precisione di lancio e la delicatezza di posa. Ci potrà essere utile mettere un coperchio circolare di plastica sul terreno (o sul pavimento) per lanciarci sopra, prima a distanza ravvicinata e poi man mano sempre più distanti, fino ad arrivare ai quattro cinque metri che ci occorreranno poi in pesca. L’esercizio apparentemente banale, serve invece a prendere dimestichezza con l’attrezzatura da casting e regolare gli automatismi di lancio trovandovi già ben allenati durante le prime battute di pesca. La precisione del lancio sarà intuita quando nessun lancio cadrà al di fuori del cerchio posato a terra (possiamo poi diminuire i diametri dei cerchi impiegati, usando ad esempio coperchi di differenti contenitori di plastica). La posa dell’artificiale in acqua invece sarà migliorata man mano che riusciremo a frenare correttamente l’esca, utilizzando al meglio il braccio sinistro che agisce sulla lenza in bando ed il pollice che frena sulla bobina del mulinello. Il rumore che l’esca produce durante l’impatto sul coperchio dovrà avvertirsi sempre meno, man mano che prendiamo confidenza con questa tecnica e riusciamo a farla nostra.

Il pitching

Rispetto al Flipping si mette in atto quando l’acqua è meno velata e più chiara e gli ostacoli sulla sponda o in acqua sono più radi e perciò necessitano di una presentazione che ci veda più distanti dal luogo in cui poseremo la nostra esca, pena l’avvistamento da parte del pesce.

Rispetto al Flipping poi si differenzia per alcune opportunità in più:

  1. La possibilità di effettuare lanci più lunghi, diciamo dai 5 – 7 metri ai 15 – 20 metri per i più bravi, anche se diciamo subito che l’efficacia di tale tecnica è inversamente proporzionale alla distanza. La distanza serve solamente per non farci scorgere dal pesce è pertanto ovvio che cercheremo sempre di ridurla il più possibile;
  2. La possibilità di mantenere l’esca parallela all’acqua, che viaggia a pochi centimetri dalla superficie per tutto il tragitto del lancio permettendoci così di entrare anche nei tunnel di vegetazione, come quelli formati dai cespugli che cadono in acqua e soprattutto di effettuare una posa delicatissima e molto naturale.

Abbiamo perciò capito che è imprescindibile imparare entrambe le tecniche di lancio, perché Pitching e Flipping si compensano fra di loro. Girovagando sulla sponda di un fiume o di un lago, ci troveremo di fronte a situazioni che ci indurranno ad impiegare l’una o l’altra tecnica a seconda della conformazione della sponda e degli ostacoli che incontreremo. Se potremo avvicinarci allora lanceremo a Flipping, se dovremo stare un po’ più lontani, a Pitching. Per spiegare ancor meglio il discorso possiamo dire che in presenza di acque torbide e parecchi ostacoli in acqua possiamo avvicinarci molto ed utilizzeremo l’attrezzatura da Flipping ed il relativo lancio, mentre in presenza di acque più chiare ed ostacoli radi ed isolati, un lancio a Pitching, magari effettuato con un’attrezzatura un po’ più leggera, sarà senz’altro più indicato perché ci consentirà di rimanere più lontano dall’obiettivo. E’ possibile praticare questo tipo di lancio anche da riva, anzi è una delle tecniche più usate assieme al Flipping, nel cercare i pesci nascosti nelle sponde più rialzate ed infiascate; è sicuramente impossibile praticarla dal Belly Boat (ciambellone) perché si è troppo bassi rispetto alla superficie acquatica. il risultato migliore si ottiene praticandola dalla barca, senza ostacoli dietro di noi e da una posizione rialzata rispetto la superficie dell’acqua. Si è rivelata negli anni una tecnica efficacissima per insidiare il pesce negli ambienti quali radi canneti, piccoli gruppi di ninfee, isolati tronchi parzialmente sommersi… è impiegata con successo dagli agonisti nelle varie competizioni per insidiare il pesce in agguato in queste strutture. La stagione ideale per praticarla, se ci riferiamo ai Bass, va dalla tarda primavera all’autunno anche se sporadiche catture si possono effettuare tutto l’anno.

Attrezzatura

L’ideale, se diamo retta ai maestri americani, bisognerebbe utilizzare un’apposita canna monopezzo da casting medium heavy dai 7,0 ai 7,6 piedi (dai 214 ai 230 cm.), magari con il primo pezzo vicino al calcio, rientrante, per agevolarne il trasporto. La potenza andrà scelta da un minimo di 3/8 di oncia (10,5 grammi) ad un massimo di 2 once (56 grammi). Queste specifiche canne, hanno un’azione molto rigida e di punta, in modo da poter forzare la preda durante il combattimento. La tecnica del Pitching é da considerarsi medio – pesante poiché richiede per aver ragione dei pesci spesso rintanati fra gli ostacoli, di un’attrezzatura robusta in ogni particolare. Se non siamo agonisti, ovviamente la canna da Pitching e da Flipping sarà la stessa e verrà acquistata più o meno potente in base alla taglia media dei pesci che andremo ad insidiare ed agli ostacoli presenti nei nostri luoghi di pesca abituali. Il mulinello da abbinare sarà ovviamente da casting e possibilmente con il bottone “Flipping” che, come abbiamo già detto per la tecnica precedente, permette di far scendere con facilità il filo durante la pesca a ridosso degli ostacoli e una volta percepita l’abboccata, consente una ferrata immediata, molto superiore alla sola azione manuale. Possiamo praticare la tecnica del Pitching anche con i mulinelli da spinning, con la differenza che l’azione di pesca complessiva risulterà più lenta dovendo ogni volta aprire e chiudere l’archetto del mulinello e che la posa in acqua risulterà più rumorosa. Il maggior tempo impiegato ad aprire e chiudere l’archetto non è un grosso problema pescando per diletto, lo diventa pescando durante le competizioni poiché il nemico principale è sicuramente il tempo a disposizione.

Le esche

E’ una tecnica medio pesante, si effettua lanciando esche voluminose quali Jig & Pig (trailer di cotenna di maiale), Jig & Craw (trailer con gambero siliconico), Jig & Lizard (trailer con salamandra in gomma) o Jig & Grub (trailer con worms a coda singola o doppia). La lunghezza degli artificiali impiegati, per quanto riguarda il Bass, vanno dai 3 ai 6 pollici, dando la preferenza all’universale 4” – 4” e ½. Le esche da impiegarsi, oltre agli Jigs, sono principalmente quelle siliconiche dai grub e dai worms con particolare predilezione per quelli a coda diritta, lunghi dai 6 ai 9 pollici, soprattutto nei colori nero o comunque scuri oppure altre esche in gomma a corpo compatto per poterle facilmente inserire nel cuore delle strutture. Da non dimenticare poi le salamandre (Lizard), i gamberi e gli adescanti skirted grub single e double tail, innescati con amo singolo e piombatura in testa (magari Stand Up Jighead della Chompers, che permettono di mantenere fermo l’artificiale sul fondo, con l’amo rivolto all’insù). Per ultimi ma non meno importanti con questa tecnica, i Tube Jig. Possiamo però aggiungere per non dilungarci all’infinito che è possibile impiegare a Pitching qualsiasi artificiale munito di protezione antialga, popper, cranckbait e spinnerbait compresi.

Il filo

Il monofilo da impiegare, andrà scelto in relazione ai pesci ed alla consistenza degli ostacoli presenti, io preferisco impiegare diametri che vanno dallo 0,35 per la pesca nei canneti fino ad arrivare allo 0,50 per la pesca in mezzo agli alberi sommersi. Il trecciato, si può sicuramente impiegare con acque opache, però taluni preferiscono usare il monofilo perché ha una riserva di elasticità che può far comodo durante i recuperi forzati, per impedire al pesce di strappare o di slamarsi. Molto valido invece è il fluorocarbon perché permette di sfruttare le sue doti di affondamento e di resistenza allo sfregamento. La sua indiscussa invisibilità ci permette poi di impiegare diametri maggiori che ci daranno maggiori garanzia di tenuta in caso di auspicabile lotta con grossi esemplari.

L’azione di pesca, il lancio a Pitching:

Si guarda innanzi tutto verso la sponda e si sceglie la zona dove si presume possano esserci in agguato i predatori e dove pertanto lanciare la nostra esca. Individuata la zona ci si avvicina lentamente l’ideale fino a circa 7 o 8 metri, mentre nei casi di alta visibilità si deve rimanere distanti anche 15 metri ed oltre; l’esatta distanza si valuta in base al grado di torbidezza ed opacità dell’acqua o alla vegetazione più o meno fitta che ci troviamo davanti e che ci nasconde più o meno agli occhi del nostro predatore. Se la trasparenza dell’acqua è cristallina ed il pesce è a galla o a mezz’acqua è preferibile ricorrere a lanci laterali poiché permettono presentazioni dell’esca da distanze maggiori.

Il mulinello andrà preventivamente tarato in questo modo:

  • Freno meccanico tutto aperto.
  • Freno magnetico o centrifugo: tutto aperto o tarato al minimo. Abbiamo bisogno di tenere la bobina più libera possibile per favorire il lancio di esche leggere ed effettuare pose delicate.
  • Se disponibile inseriamo il pulsante del Flipping.
  • Impugnando la canna con la mano destra (sinistra per i mancini), stando in piedi, teniamola a quarantacinque gradi verso l’alto. Con il pollice leggermente premuto sulla bobina aperta o a pulsante flipping inserito, premendo la leva di sblocco, sfiliamo lenza dal mulinello fino a farla arrivare nella mano sinistra;
  • Portiamo leggermente in avanti il piede destro poiché dovrà reggere il nostro peso durante il lancio.
  • Abbassiamo la canna e portiamo l’esca all’indietro dietro alla gamba sinistra. La mano sinistra che trattiene l’esca dovrà rilasciarla dolcemente al momento del lancio sottovetta.
  • Sollevando rapidamente la canna, portando il braccio destro verso l’alto e compiendo una torsione del polso in senso antiorario in modo da portare fuori traiettoria la manovella del mulinello dal filo che proviene dalla mano sinistra, si lancia l’esca verso il punto stabilito.
  • La canna viene proiettata in avanti dal braccio destro che si tende e la punta è indirizzata verso il punto di arrivo dell’esca. Mentre il filo che avevamo in mano si tende verso la punta della canna, premiamo con il pollice sulla leva di sblocco e lasciamo che l’esca fili via parallela all’acqua in direzione del punto di impatto con la superficie acquatica.
  • La bobina libera del mulinello, sospinta solamente dal peso dell’esca, ruota portando l’esca verso l’obiettivo di lancio. Prima che vi sopraggiunga, rilasciamo lentamente il pollice dalla leva di sblocco (se il nostro mulinello possiede il pulsante Flipping), oppure il pollice frena la bobina premendo gradatamente sulla stessa in modo da ottenere una posa dell’artificiale delicata e silenziosa. Se l’azione è stata eseguita in modo fluido e costante, senza strappi, noterete che non si sono formate parrucche.

Quando saremo padroni della tecnica, non sarà più necessario prendere l’esca in mano con la sinistra, ci basterà portarla all’indietro verso il nostro fianco sinistro e con un movimento di canna e farla ripartire con il lancio. Solamente così riusciremo a dare velocità e continuità all’azione di pesca, ma ci si arriverà strada facendo. Le indicazioni di cui sopra servono ovviamente per mentalizzare i corretti movimenti.

La funzione del mulinello:

Durante il lancio, l’azione del mulinello comincia davvero a diventare importante ecco perché la taratura dello stesso diventa una cosa da fare con molta attenzione e precisione. Il mulinello, infatti, andrà oliato spesso utilizzando oli fluidi ed a bassa viscosità, per riuscire a sfruttare tutte le sue qualità ed aumentare le gittate di lancio.

L’importanza della delicatezza di posa:

E’ una delle cose più importanti nella pesca a lancio, praticamente più importante dell’esca che si sta impiegando in quanto, siccome stiamo pescando relativamente vicini al pesce, o in prossimità delle loro tane, insospettirli con un lancio rumoroso significa semplicemente farli fuggire. Con i mulinelli da spinning tale azione, si può cercare di imitarla chiudendo l’archetto alcuni istanti prima che l’artificiale tocchi l’acqua ed agendo nello stesso tempo di canna, portandola all’indietro fino a far tendere la lenza un attimo prima della caduta in acqua dell’esca.

L’azione di pesca:

La tecnica di recupero sarà la stessa adottata nel Flipping, anche se la maggior distanza amplierà anche la fase di recupero orizzontale oltre a quella di saliscendi, aumentando in tal modo le possibilità di attacco da parte del predatore. Agendo nell’acqua più chiara, diventano indispensabili un buon paio di lenti polarizzate perché qui non solo si dovrà badare al filo che può partire repentinamente verso il fondo o di lato, ma spesso si vedrà il pesce avvicinarsi all’esca, aspirarla e ritornare verso la tana.

Lo Skipping

Lo skipping non è altro che una tecnica che serve a far presentare la nostra esca a saltelli ripetuti in successione fin dentro al cuore degli ostacoli. Serve per lanciare l’esca in spazi stretti ed infrascati magari dentro ad hot spot in ombra creata anche da ostacoli bassi e radenti la superficie acquatica. Praticamente è come se dovessimo lanciare un sasso piatto sulla superficie dell’acqua. Se ben eseguita questa manovra produrrà una serie di saltelli del sasso sulla superficie liquida, lo skip casting o in gergo skipping come tecnica assomiglia proprio a questo modo di lanciare il sasso nell’acqua. Infatti consiste nell’eseguire un rapido lancio laterale riuscendo a far pattinare e saltellare la nostra esca sulla superficie dell’acqua, da circa un metro dalla posizione prescelta fin dentro all’ostacolo prescelto. Serve per far giungere l’esca possibilmente a corpo compatto, in posti altrimenti davvero difficili da raggiungere, come ad esempio sotto ai cespugli radenti l’acqua che a volte formano vere e proprie gallerie vegetali, sotto ai pontili di legno, nell’intrico dei rami degli alberi e dei fitti canneti che sporgono sulla sponda…Ovviamente l’esca dovrà possedere un buon sistema antialga per evitare di perdere l’artificiale ed allarmare il pesce che predilige queste postazioni proprio per la loro quasi assoluta inviolabilità. Lo sforzo da noi compiuto per imparare correttamente questo tipo di presentazione dell’esca, verrà ampiamente ricompensato da catture di grossi esemplari che avevano eletto quel posto a loro tana; ci sorprenderà la loro netta abboccata spesso appena l’esca entra in acqua proprio dovuta alla tranquillità di abboccare ad un “qualcosa” entrata in un rifugio creduto a fino a quel momento, assolutamente inviolabile. La cosa poi che dovremo ricordarci sarà quella che la stessa postazione, dopo pochi giorni, verrà presto occupata da un altro grosso esemplare e la bella cattura potrà persino ripetersi.

L’attrezzatura

A differenza del Flipping e del Pitching che preferiscono le canne da casting, con lo skip casting è di gran lunga preferibile l’attrezzatura da spinning. Non che con il casting sia impossibile questo tipo di lancio, soprattutto dalla barca o dal belly è certamente possibile eseguirlo. Ma La canna da spinning è sicuramente più versatile per lanci a scatti e rilasci repentini come occorre per eseguire bene questo tipo di lancio. L’altro requisito che occorre, per eseguire bene questa tecnica è di essere vicini alla superficie dell’acqua, più si è vicini e più si è avvantaggiati, proprio come se dovessimo tirare il famoso sasso piatto. Se peschiamo dalla barca o da riva in piedi, potremo magari inginocchiarci o comunque piegarci in avanti, se siamo in belly boat saremo già nella condizione ideale di eseguirlo, poiché nel lancio laterale avremo già la canna alcune decine di centimetri parallela alla superficie dell’acqua.

Le esche:

Le esche ideali per riuscire bene in questo tipo di lancio sono molteplici; a livello generale possiamo dire che quasi tutte quelle leggere e compatte vanno bene. Diciamo che ottimi risultano i tubes, i Jigs, i worm siliconici a coda diritta (stickbait, paddle tail…), senza dimenticare le ranette in gomma, le salamandre, i craw e le creatures in genere. La piombatura sarà ridotta al minimo, soprattutto lanciando in ambienti di accertata bassa profondità. Non preoccupiamoci però troppo perché una volta appresa la tecnica, riusciremo a far “saltellare o skippare” praticamente di tutto. Ovviamente l’esca impiegata dovrà possedere un buon sistema antialga per evitare di perdere l’artificiale ed allarmare il pesce che predilige queste postazioni proprio per la loro quasi assoluta inviolabilità. Ecco perché la parte del leone la fanno le esche siliconiche ed i Jigs gli unici in grado davvero di esplorare anche i luoghi più nascosti e passare quasi sempre indenni in mezzo a quasi tutti i tipi di ostacoli.

Le fasi di lancio:

Il lancio si esegue seguendo queste fasi:

  1. Individuiamo l’obiettivo su cui fare arrivare l’esca, distante preferibilmente una decina di metri dalla nostra posizione
  2. Tenere una cinquantina di centimetri fra l’esca ed il cimino della canna
  3. Cominciare ad oscillare lentamente avanti ed indietro l’esca, almeno un paio di volte, con movimenti sempre più ampi e fluidi del braccio e del polso
  4. Quando l’esca si trova dietro di noi e ci sentiamo pronti, facciamo partire l’esca velocemente in avanti dando un colpo secco con la canna e compiendo una parziale rotazione in senso orario dell’avambraccio e del polso, in modo da rasentare ancora di più la superficie acquatica.
  5. Questa accelerazione farà partire a tutta velocità l’esca parallela all’acqua, mentre la mezza rotazione contribuirà a far arrivare l’esca in acqua con forza producendo il primo saltello sulla superficie, seguito da tanti altri in rapida successione.
  6. Se il lancio è stato ben eseguito, dopo la serie di pattinamenti, di rimbalzi e di saltelli, l’esca giungerà proprio nel cuore del nostro obiettivo. Se invece ci accorgiamo che la forza di inerzia è ancora tanta, potremo sempre correggere il lancio frenando con il dito indice della mano che regge il mulinello sulla bobina, limitando la fuoriuscita delle spire.

Il lancio bene eseguito si manifesta con un’entrata in acqua dell’esca dolce e naturale, quasi fosse quello di un insetto o di un animaletto che dopo un tentativo di spiccare il volo, s’inabissa in acqua. Se l’abboccata non avviene nelle primissime fasi di caduta dell’esca, dovremo continuare il recupero a saliscendi dell’esca, magari con la tecnica del Flipping già illustrata. La tecnica sopra indicata è da preferirsi soprattutto nei mesi estivi quando il pesce è attivo ma ama sostare immobile all’ombra negli angoli più riparati in attesa del tramonto o che passi da quelle parti un’incauta preda. Non è una tecnica da eseguire sempre, la si mette in pratica durante una battuta quando ci si trova davanti agli occhi le giuste condizioni per praticarla. Non produce miracoli ma permette di avere abboccate anche in giornate assolutamente avare ed apparentemente infruttuose. L’altro aspetto da sottolineare è che non importa quanto fondale ci sia sotto all’ostacolo, spesso si avvertono abboccate anche lanciando attaccato alla sponda in pochi centimetri d’acqua di profondità. E’ sufficiente che ci siano dieci centimetri quadrati di vegetazione in acqua che producano un’ombra per nascondere e riparare la testa (dando sollievo agli occhi), di un grosso bass.

Il jigging

Un’esca ancora poco utilizzata in Italia dai pescatori di Bass e Lucci è sicuramente il Jig, ovviamente poco applicata risulta quindi la tecnica di recupero del Jigging, praticata preferibilmente dalla barca. Consiste in una lenta presentazione verticale a saliscendi dell’esca. La tecnica di recupero è però solo apparentemente semplice e si effettua principalmente dalla barca per sondare ostacoli e strutture sommerse poste sul fondale, anche a notevoli profondità.

Jigging in profondità al Luccio:

Il recupero a Jigging lo si effettua dalla barca nei grandi laghi, anche a profondità notevoli a ridosso di strutture, piloni di ponti, alberi caduti o immersi in acqua, facendo saltellare fra i rami e sul fondo, ad esempio shad siliconici appesantiti o grossi Jig appositamente autocostruiti utilizzando ad esempio un paio di sfere di piombo da 10 e più grammi l’una, ciuffi di silicone o bucktail e grosse code singole o doppie in materiale siliconico come trailer.

Jigging al Black Bass:

Uno degli specialisti d’oltreoceano di pesca al Bass di profondità é Gary Yamamoto, più noto a noi lanciatori italici come l’inventore delle famose esche viniliche salate, i Senko. Durante lo Jigging, in pratica non si tocca o quasi il mulinello, perché dopo il lancio si imprimono dei movimenti all’artificiale con la canna, agendo di polso e tenendo il filo in mano con la sinistra, a braccia larghe. Questo accorgimento serve in primo luogo per avere una pronta riserva di filo in caso di abboccate violente e repentine.

Il controllo dell’esca:

La cosa più difficile in questa tecnica, è sicuramente quella di decifrare le abboccate, fondamentale risulta quindi il controllo totale dell’esca, anche e soprattutto nelle fasi di discesa della stessa. Il Jig è un’esca relativamente pesante non dovrebbe essere difficile avvertirne sott’acqua la discesa e percepire il percorso che sta compiendo durante il suo raggiungimento del fondo. Anche negli spizzichi all’esca, durante i saltelli, negli strappi, dobbiamo fare in modo che le fasi dove la lenza non ha controllo siano davvero ridotte al minimo, proprio per evitare di perdere magari l’unica mangiata del grosso esemplare. Quasi sempre infatti, il pesce non attacca l’esca in modo brutale, ma al contrario la spizzica, soprattutto frequentando posti super battuti ed aggiungeteci che quasi sempre lo fa, mentre l’esca affonda o si trova a notevole profondità. Il filo in mano serve soprattutto per avvertire fremiti e vibrazioni sulle dita, a volte con segnali davvero subdoli o con piccoli arresti o spostamenti laterali della lenza, portati in modo quasi impercettibile. Solamente l’esperienza ed il continuo praticare della tecnica ci faranno scoprire la differenza fra un arresto dell’esca su di un ramo, su di un sasso o sul fondo ed un piccolo assaggio del pesce. Si dovrà arrivare ad avere un vero e proprio “sesto senso, acquisire una sorta di sonar” in grado di farci pervenire ed intuire quanto sta accadendo sott’acqua, magari ad oltre dieci metri di profondità, alla nostra esca. A volte si ha persino la sensazione di avvertire una sorta di piccola scossa elettrica! Risulta fondamentale osservare sempre il filo che entra in acqua, a volte si vede anche solamente una singola scossa, un sussulto, un piccolo spostamento laterale o un arresto della discesa verso il fondo; la concentrazione quando si usa questa esca, deve essere sempre massima, se siamo stanchi è molto meglio che ci affidiamo ad esche diverse quali i minnows o i worm, sicuramente in grado di risultare appetibili al pesce anche senza il nostro costante contributo. Quando qualcuno di questi segnali compare, significa che il pesce sta mangiando, magari ha tutta l’esca in bocca. Si lascia il filo con la mano sinistra per non far avvertire peso al pesce, si abbassa repentinamente la punta della canna verso l’acqua e si stocca la ferrata con un colpo di polso secco e deciso. Ovviamente capitano anche le abboccate violente, quelle che non occorre certo decifrarle. A volte sembra che i pesci ci vogliano portare via la canna dalle mani; in ogni caso è sempre meglio scoccare una secca ferrata verso l’alto, per cercare di garantirci l’aggancio alla dura bocca prima di effettuare il recupero.

Il recupero del pesce:

Il recupero andrà eseguito in modo non veloce ma deciso, senza dare spazio al pesce e senza concedere metri con la frizione. Quest’ultima si consiglia chiusa, affidandoci solamente alla sensibilità del nostro braccio per concedere quel mezzo metro, metro al massimo. Se peschiamo con una canna da spinning, potremo avere l’antiritorno disinserito per poter concedere qualche giro di manovella all’indietro se proprio vediamo che non possiamo fare altrimenti. Siamo dentro ad ostacoli, anche robustissimi come gli alberi in acqua, concedere filo significa al novanta per cento perdere il pesce e ritrovarsi con la lenza attorcigliata a qualche grosso ramo. La lotta andrà compiuta sul posto, cercando pian piano di far avvicinare a noi il pesce, confidando sulla resistenza del grosso diametro del nylon e sulla progressiva potenza della canna. Non ci sono altre strade né scorciatoie, il grosso pesce si deve contrastare così, rimanendo freddi e lucidi e sperando di riuscire a toglierlo dagli ostacoli per portarlo magari a lottare in acque più aperte. Il belly boat e la barca ci aiutano molto, da riva invece la concentrazione dovrà sempre essere massima perché il pesce approfitterà di tutti gli appigli possibili, anche quelli che si trovano a sponda sotto ai nostri piedi!

L’Attrezzatura

Il filo:

E’ da preferire ancora il vecchio e caro monofilo. Utilizzando solitamente diametri dalle 14 alle 20 libbre (dallo 0,35 allo 0,40), cambiandolo ovviamente spesso, visto il superlavoro a cui viene sottoposto in mezzo agli ostacoli. Abbiamo parlato di pesca a vista, un monofilo di colore verde o marrone risultano ben visibili all’esterno dal pescatore ed in linea con quanto il bass incontra in questi ambienti, risultando perciò assolutamente naturali. Nella pesca dalla barca a vertical Jigging, soprattutto a grandi profondità (dai dieci ai trenta metri), può essere invece valido l’uso del trecciato con finale di almeno un paio di metri di fluorocarbon giapponese puro. Le doti di assenza di elasticità di questi due materiali, permettono di avvertire meglio le tocche a queste notevoli profondità e di aumentare le ferrate portate a buon fine. Sia il grosso bass che il luccio hanno una bocca molto dura, riuscire a ferrarli correttamente a grandi profondità fa davvero la differenza fra riuscire a fotografare il pesce o vederselo fuggire ai primi salti.

La canna da Jig:

La caratteristica principale è la sensibilità nell’azione di punta. Ogni azienda del settore ha in catalogo canne da Jig, generalmente sono monopezzo, di lunghezza attorno ai 7,6 piedi (231 cm.) e con una notevole riserva di potenza per riuscire ad avere ragione di prede nascoste fra gli ostacoli. Una canna troppo rigida non aiuta né nella presentazione dell’esca né in caso di brutali abboccate poiché farebbe avvertire troppo al pesce la resistenza dell’attrezzo; al contrario una canna sensibile in punta aiuta a decifrare anche le abboccate più deboli e individua i pesci più riottosi.

La tecnica

Il Jigging e una tecnica definita da tanti noiosa, il lento recupero, il sondare con metodo anfratto dopo anfratto alla ricerca del pesce non ne fanno tecniche alla portata di tutti. Assomiglia in un certo senso alla pesca con il worm innescato wacky, recuperi lenti od assenti e tanta, tanta pazienza. Solamente chi ha conosciuto l’efficacia in pesca, le utilizza con convinzione e continuità, gli altri preferiscono dopo pochi lanci infruttuosi tornare a lanciare un bel cranckbait perfetto nel suo movimento e nella sua livrea olografica, un bel worm innescato texas, un bello spinnerbait recuperato veloce… e magari continuare a non prendere nulla! Bisogna dare al pesce il tempo di decidere l’abboccata, di decidere che può farlo perché in quel luogo qualsiasi cosa abbia mangiato in precedenza non ha mai rappresentato pericoli; bisogna avere come pescatori pazienza …una dote poco naturale per un pescatore a spinning, abituato a spostarsi ogni due lanci e rilanciare immediatamente. Sono da dimenticare i recuperi velocissimi e pure quelli veloci, in simili ambienti non si otterrebbe altro che agganci a ripetizione e tiri alla fune con grossi rami; l’ostacolo va lambito, accarezzato, scavalcato con dolcezza… ma non per far tornare da noi sana e salva l’esca, ma per far sembrare al predatore vivo e reale quello strano essere che naviga con sfrontatezza ed invade il suo territorio esclusivo… e che appare senza rispetto alcuno per la gerarchia di privilegio consolidata in anni di lotte con tutti i vicini del circondario. Se non riusciamo ad avere la calma, il sangue freddo la pazienza di sondare pian piano ogni possibile tana di grosso pesce, significa che la pesca con i Jigs non fa per noi.

Le stagioni di utilizzo:

La pesca con il Jigs è praticamente l’unica che permette di avvertire con continuità abbocchi anche nella stagione invernale soprattutto utilizzando skirt di pelo di cervo e trailer in cotenna . In ogni caso è particolarmente adatta nelle stagioni quali l’inizio della primavera o il tardo autunno. Per contro risultati eccezionali si ottengono anche in piena estate, o nei giorni seguenti l’arrivo di un fronte freddo, quando troviamo i bass apatici e rintanati negli ostacoli più fitti, apparentemente refrattari ad ogni tipo di recupero. Si possono usare in ogni caso in ogni stagione, sempre a fine battuta, quando le altre esche non hanno sortito abboccate di rilievo.

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