E’ un tipo di pesca che si svolge con una canna, una lenza cosidetta a coda di topo, cioè che si assottiglia verso la fine, un mulinello per pesca a mosca e un’esca artificiale fatta a imitazione di insetti, ma non solo: nel caso di esche per pesci più grandi anche ad imitazione di prede di maggiori dimensioni, come piccoli pesci, uova, piccoli mammiferi.
ATTREZZATURA
E’ quella tipica di una pesca in movimento; un comodo giubbotto dotato di svariate tasche e taschine, degli stivali (in neoprene o goretex) che possono essere a metà coscia, alla vita o fino alle ascelle (waders) a seconda dell’ambiente in cui ci spostiamo, si aggiungano un guadino da “pronto impiego”, occhiali con lenti polarizzate contro i riverberi, i sali per aumentare il galleggiamento delle mosche e naturalmente il porta-mosche e l’asciuga-mosche.
Per poter distinguere un modello di canna da un altro, si debbono necessariamente capire i termini di, azione-potenza-rapidità, che caratterizzano qualsiasi canna. Vediamo di analizzare in dettaglio cosa si intende con questi termini in modo che la loro conoscenza consenta di giudicare la qualità della canna.
Cominciamo con l’azione esaminando un lancio fra i più comuni : se distendiamo davanti a noi, fuori canna, un certo metraggio di coda di topo (7-8 m) e prendiamo poi la canna con la mano destra e la teniamo distesa orizzontalmente (bloccando contemporaneamente impugnatura e coda di topo), notiamo che la canna si mantiene quasi rettilinea: rettilinea perché una piccola flessione del cimino verso terra sarà causata dal peso di quel tratto della coda che sta fra la canna ed il punto dove la coda di topo tocca terra. La canna rimane in questa posizione di rettilineità fino a che non si comincia la fase per il lancio indietro della coda di topo che consiste a grandi linee, nel trasferire la canna dalla posizione orizzontale a quella verticale; per far questo spostamento e far passare la coda di topo dalla distensione in avanti alla distensione alta indietro dobbiamo imprimere all’attrezzo una certa forza o, per meglio dire, dargli una certa carica; in realtà noteremo che questa canna si comporta come una molla nello sforzo di sollevare la coda di topo, infatti si tenderà prima come un arco con una curvatura verso il basso fino a che l’energia che noi le abbiamo impressa non si sarà accumulata al punto di vincere il peso della coda di topo che dobbiamo sollevare da terra . Superato questo momento di accumulazione di energia, la canna solleverà la coda di topo e, mentre questa viaggia in aria per distendersi indietro, la nostra canna riacquista in un primo tempo la rettilineità in posizione verticale, poi, una sua parte (da cimino all’impugnatura) si curverà indietro trascinata dal peso e dalla velocità della coda fino a che questa non sarà completamente distesa. A questo punto si esegue il lancio in avanti con le stesse modalità.
Analizzando il comportamento della canna si può notare che la stessa subisce due curvature: una in avanti e una all’indietro,; a seconda del punto di localizzazione e dal più o meno accentuato raggio si potrà stabilire l’azione della canna: se queste due condizioni saranno espresse nel solo cimino l’azione sarà di punta; se nel centro della canna l’azione sarà di pancia; se invece la curvatura non sarà solo nel cimino o nella zona di centro ma progressiva dal cimino all’impugnatura l’azione sarà parabolica, azione che è ritenuta la più utile ad eseguire un buon lancio.
La potenza : per potenza si indente la possibilità di lanciare un certo peso ad una certa distanza. La potenza di una canna è indipendente dall’azione ( tutte le canne portano scritto sul calcio il n° di coda che possono lanciare e che corrisponde al peso della stessa) . Oggi si tende a usare canne con potenza bassa perché con un buona tecnica si effettuano lanci relativamente lunghi e senza sforzi.
La rapidità: si intende per rapidità il tempo più o meno veloce che impiega la canna per ritornare nella posizione di partenza dopo aver subito una flessione; riferendoci al usato prima per descrivere l’azione, quando più questo movimento completo la canna lo esegue in minor tempo, tanto più la canna è rapida: o più semplicemente si può fare questo esempio: se prendiamo due canne di pari lunghezza, le teniamo in perfetta verticale e spostiamo i cimini su un lato, per ipotesi, di 50 cm., quando li rilasciamo questi cimini impiegheranno un certo tempo per ritornare in perfetta verticale; se, sempre per esempio, il cimino della prima canna impiega 1 secondo e quello della seconda impiega ½ secondo si avrà la dimostrazione chiara che quest’ultima è più rapida della prima. Una canna relativamente rapida aiuta moltissimo nel lancio perché permette alla coda di avere maggiore velocità. Le canne si misurano in piedi e vanno da 6” in su. La scelta della misura dipende sia dall’altezza del pescatore sia dalla morfologia del luogo di pesca: più il pescatore è alto più corta sarà la canna; più il posto è ampio e con pochi ostacoli più lunga può essere la canna. La misura media che esprime un compromesso ideale è quella di 8 piedi. Per rendersi conto esattamente delle qualità di una canna non basta certamente il solo esame superficiale, ma si deve provarla lanciando con la sua adatta coda di topo; è solo così che si potrà qualificarla e giudicarla; sapere però, almeno, cosa si intende per azione-potenza-rapidità può servire per chiedere, con termini appropriati, cosa si pretende da una canna all’atto dell’acquisto e far capire a chi la vende che su questi punti almeno si hanno le idee chiare e precise; e questo può aiutare a non fare un acquisto del tutto sbagliato. Le canne da mosca non hanno misure standard, cioè non vanno di mezzo piede in mezzo piede ma variano a seconda delle marche e delle azioni anche di pochi pollici. In questa tabella è riportata una sequenza che può essere utile al principiante per individuare immediatamente il ruolo che una determinata canna possiede e come utilizzarla in relazione al posto di pesca.

Il mulinello invece ha la sola funzione di contenitore della coda, dal momento che il recupero del pesce avviene solitamente a mano, lasciando che la coda si depositi a lato del pescatore oppure raccolta in spire nella mano sinistra. Arrivando alla zona di pesca, si estrae dal mulinello la porzione di coda necessaria per raggiungere il pesce, e la si depone in larghe spire accanto al pescatore. In seguito, e fino alla fine della pescata, il mulinello non parteciperà all’azione di pesca se non quando, prima di spostarsi verso un’altra zona, si recupera la coda per evitare di sfregarla sui sassi o peggio di calpestarla. Questo riguarda le normali prede da torrente, mentre per grossi pesci di fiume e nella pesca in mare, diventa invece necessario recuperare la preda utilizzando il mulinello, avvalendosi della sua frizione interna per controllare le fughe. In pratica i mulinelli hanno diversi diametri e particolarità costruttive a seconda dell’utilizzo e della coda da bobinarci sopra: un mulinello per code del 3-4, come i piccoli Hardy, può non possedere un vero e proprio meccanismo di frizione, ma solo un ‘cricchetto” ; al contrario un mulinello per coda 10 deve possedere una frizione molto robusta e ben regolabile per contrastare pesci importanti. Quasi tutti i mulinelli in commercio consentono, mediante poche manovre di regolazione dei meccanismi interni, di essere usati con il nottolino di recupero a sinistra o a destra, in base alle preferenze del pescatore e all’uso in pesca: indicativamente, per i pescatori destri, il nottolino sul lato destro non interferirà mai con la coda durante i lanci, anche se il nostro stile di lancio non è proprio perfetto, mentre se posizionato a sinistra consentirà di “pompare” e recuperare più comodamente grossi pesci senza problematici “cambi di mano” della canna e rischio di inciampare nelle spire della coda. Sono poi molto diffusi i mulinelli “large-arbor” che utilizzano una bobina più larga del normale, col vantaggio che la coda viene arrotolata su diametri maggiori, contrastando così l’effetto “coda a cavatappi” prodotto dalla memoria della coda stessa. Molti pescatori a mosca si procurano due o più bobine per lo stesso chassis. Questo consente di portarsi sul fiume un solo mulinello e, ad esempio, una bobina caricata con una coda galleggiante e un’altra con una coda affondante. Le dimensioni del piede del mulinello e del relativo alloggio sul portamulinello della canna, devono ovviamente essere compatibili, ed esiste per questo uno standard AFTMA che determina misure e tolleranze del piede. Però usando canne e mulinelli magari “light” è meglio controllare che il fissaggio sia stabile, perché in pesca il mulinello potrebbe anche sfilarsi e cadere sul sasso, evenienza questa sempre in agguato. La coda non deve essere legata direttamente sulla bobina, come invece capita di vedere in alcuni mulinelli preparati da incauti negozianti. Dovete interporre un apposito filo, chiamato backing, che svolge due funzioni: fare spessore nella zona interna della bobina per non avvolgere la coda in spire troppo strette, e soprattutto assicurare una buona riserva di filo qualora una preda, tentando la fuga, sfilasse molta coda. Ne esistono di diversi carichi di rottura, spesso espressi in libbre (1 libbra è circa ½ kg) da rapportare alle prede insidiate e alla capienza della bobina. La casa produttrice di solito, per ogni mulinello, ne consiglia l’abbinamento della coda con la quantità specifica di backing.
Es. di come si effettuano i nodi di collegamento
Il backing

Un semplice nodo per fissare il Backing al Mulinello. Per sicurezza avvolgiamo il Backing un paio di volte al tamburo del mulinello prima di effettuare il nodo. Non tagliamo l’eccedenza troppo.
Backing all Coda e Finale alla Coda (Nodo adatto per collegare sia il backing con la coda che la coda con il finale)

1 Sovrapporre il backing e la coda per almeno 20 cm
2 Piegare il capo del backing su se stesso e la coda formando un loop e tenere il tutto saldamente tra pollice ed indice nel punto A
3 Avvolgere il capo del backing attraverso il loop per 5 o 6 volte
4 Guidare le spire del nodo verso il capo della coda ed iniziare attentamente a tirare i capi del backing, stringendo il nodo alla coda. Collaudare il nodo tirando coda e backing nelle opposte direzioni. Tagliare l’eccedenze.
Collegamento del tip al finale

Un utilissima e semplice asola da utilizzare per collegare il tip al finale. In questo modo potremmo sostituire il tip quando diventa troppo corto senza andare ad accorciare il finale. Utilizzare il pollice e l’indice della mano per tenere il nodo e manipolare il loop con l’altra mano. Serrare il nodo inserendo nel loop uno stuzzicadenti o spillo per ottenere un’asola di piccolo diametro.
Nodo del tip alla mosca

Nodo utile sia per per collegare la mosca al tip del finale, che per collegare quest’ultimo alla microasola al finale.
Ad essa, sfruttando la potenza e l’azione della canna, è affidato il compito di portare lontano la mosca, verso il pesce.
In base alla composizione e al peso specifico dell’appretto della coda di topo, a seconda cioè se la coda galleggia o affonda, si ha una prima classificazione tra code galleggianti e sommerse.

Il profilo delle code di topo
Tutte le code di topo possono avere due profili fondamentali, (anche se ultimamente sono state realizzate molte varianti) importanti a loro volta per il lancio della mosca e che, ricorrendo sempre all’inglese, creano una ulteriore classificazione in code:

Esempio: Una coda di topo con sigla DT4F, è una coda del n. 4, a doppio fuso (DT), galleggiante (F)
Le esche
Queste si dividono in: imitazioni esatte (insetto), imitazioni d’insieme (gruppo di insetti), imitazioni fantasia.
Le mosche sono l’ultima componente della nostra attrezzatura, quella destinata ad andare a diretto contatto con il pesce. Si tratta di un amo dotato di occhiello sul quale sono stati applicati piume, peli e componenti vari.
Le mosche si suddividono in:
secche

Imitano insetti acquatici che si muovono sotto la superficie dell’acqua, anche in questo caso il materiale usato non è idrorepellente e a volte vengono appesantite con piombo. La pesca a “secca” è certamente la più spettacolare e conosciuta. Si attua lanciando, nel caso in cui si peschino trote, a monte della “bollata” lasciando che la mosca galleggi sulla superficie dell’acqua in modo che questa entri nel campo visivo del pesce che, scambiandola per un insetto vero, salirà verso la superficie per cibarsene.
ninfe

Il cui scopo è di attirare il pesce in superficie e sono quindi realizzate con materiale che le aiutano a galleggiare. La pesca a “ninfa” fa invece leva sulla certezza che i pesci passano la maggior parte del loro tempo a nutrirsi in prossimità del fondo. L’artificiale utilizzato imiterà, in questo caso, una ninfa o una larva di insetto.
sommerse

Utilizzate sotto la superficie dell’acqua ed è per questo che si utilizza materiale che non tende a galleggiare. La pesca a “mosca sommersa”, invece, diffusa anche all’estero per la pesca del salmone, si attua sia a risalire che a scendere, lanciando in direzione della riva opposta per far derivare la coda a valle sino alla nostra riva. L’esca va tenuta al di sotto della superficie e la canna parallela all’acqua con ferrate dolci e lente. Alla pesca a mosca secca e sommersa rispondono tutti quei pesci che “bollano” ovvero che salgono dal fondo alla ricerca di insetti formando quei cerchi che di sicuro, almeno una volta, ci è capitato di osservare nei tramonti sul fiume. Si tratta di Salmonidi come trote, temoli, salmerini e di di Ciprinidi quali cavedani, vaironi, scardole. Il territorio italiano si presenta molto variegato dal punto di vista ambientale, impervi torrenti alpini, fiumi come il Po lenti e possenti, corsi insulari dal doppio aspetto a seconda della stagione…tutto questo merita, da parte del pescatore, un attento studio in base al quale decidere il tipo di esca da utilizzare (in tal senso deve quasi essere un entomologo) e che tipo di lancio effettuare.
streamer

Usati soprattutto per insidiare pesci predatori visto che tendono ad imitare avannotti in difficoltà, si usano sotto la superficie dell’acqua e viene usato sia in mare che in acqua dolce.
popper

Tipici della pesca del black-bass, sono realizzati con materiale galleggiante come balsa, pelo di cervo, ecc..
La scelta della tecnica
La scelta della tecnica deve essere fatta tenendo presenti i seguenti fattori: ambiente; momento; pesce. La pesca con la mosca galleggiante si praticherà quando si è visto il pesce <bollare> oppure quando si presuppone che la trota sia in un dato luogo e in attesa di qualche insetto che cada nell’acqua, oppure, quando vi è una schiusa di insetti chiaramente visibile, e il tutto con acque trasparenti. Se la tecnica della secca non ha sortito effetti e sulla superficie dell’acqua non vi è segno di vita, allora il pescatore deve rendersi conto che quella tecnica in quel momento non è giusta. Quindi se il pesce non mangia a galla, deve mangiare sotto e allora si deve usare un artificiale sommerso con una tattica che permetta a questo di esplorare quella zona di acqua che varia da pochi centimetri sotto la superficie al fondo. Per la pesca appena sotto la superficie si potrà ancora adoperare la coda di topo galleggiante montando però sul finale una due o tre mosche sommerse che per la loro particolare costruzione si immergeranno immediatamente. Se invece si vuole pescare a profondità maggiore, si userà una coda affondante; questa faciliterà la discesa verso il fondo degli artificiali. E’ giocoforza che la pesca a mosca sommersa è una pesca di esplorazione, certamente meno divertente della pesca a galla, ma comunque redditizia. Si pratica facendo dei lanci e delle passate dove si presume vi sia del pesce in attività subacquea su larve o ninfe di insetti . E’ una pesca che si deve fare con metodo e bisogna acquisire la sensibilità al tocco e far lavorare bene le mosche artificiali sott’acqua . Tutto ciò si acquisisce con un po’ di pratica. A differenza della mosca secca , la pesca a sommersa si pratica discendendo la corrente.

