E’ una tecnica di pesca a fondo di origine anglosassone, evoluta e raffinata nei materiali e nell’azione di pesca, che vede uno dei suoi tratti distintivi, nell’uso di pasturatori e di lenze relativamente leggere.
Attrezzatura
Tre è il numero di canne giusto da possedere per un pescatore a ledgering che vuole la possibilità di pescare in acque differenti, insidiando pesci diversi. Chiaramente se si va sempre nel solito posto nel solito fiume, se si pesca solo ed esclusivamente insidiando sempre il solito pesce, con quella velocità di corrente, chiaramente basterà una sola canna. Ma per un neofita (e questa rubrica è dedicata essenzialmente a loro), il discorso cambia.
Canne: tre tipi per tre situazioni
- La prima che prendiamo in considerazione è una canna da acque ferme o poco mosse, in genere dalle Case costruttrici (più raramente dai negozianti) viene proposta con un set di tips (vettini) marchiati dai 30 ai 60 grammi massimo, di lunghezza mai superiore ai 12 piedi (360 cm), ma a volte più corta, tra i 9 e gli 11 piedi (queste ultime spesso denominate winkle-picker: sono le canne da ledgering più light che ci siano). L’azione decisamente parabolica di molte di queste canne, in special modo le winkle-picker, consente di usare terminali sottili su grossi pesci, ed hanno la piacevole particolarità di essere divertentissime da usare, per la loro leggerezza e per l’entusiasmante feeling nel combattimento.
- La seconda è una canna factotum, lunga 12-13’ (360-390 cm) che dalle parti (Ticino, Adda, Po) vive spesso in simbiosi con feeder da 70-90 grammi, soprattutto durante la stagione invernale, ma capace di gestirsi pesi più leggeri. A volte è “un po’ troppo” a volte “troppo poco”, ma spesso è l’attrezzo che maggiormente si adatta nelle nostre acque interne, riuscendo a stare in pesca anche in acque abbastanza veloci. Il pregio è di essere un attrezzo con azione parabolico progressiva, con una certa riserva di potenza nel manico, che riesce ad essere un buon compromesso un po’ dappertutto.
- La terza (in realtà sono due), potrebbe essere una specialist da barbo “all’inglese”, da 12 piedi, con doppio cimino (quiver e tubolare), oppure una continental feeder, magari da 14 piedi, come vengono usate sempre più spesso dai pescatori del centro Europa. Canne potenti, per fiumi a grande portata, capaci di gestire pasturatori pesanti, acque difficili e pesci grossi. La specialist, o barbel rod è un attrezzo dalla concezione squisitamente britannica, dedicata alla cattura dell’esemplare di grosse dimensioni (in genere barbi, grossi cavedani) e unisce un blank sottile ad una meravigliosa azione che, pur essendo senz’altro tendente al parabolico, è tutt’altro che “mollacciona”.
(La continental feeder invece è un attrezzo alla ribalta per noi pescatori e per molte case costruttrici, vista la diffusione importante e continua del barbus barbus nei grandi fiumi italiani. Canna lunga, che permette di affrontare correnti impetuose, deve avere necessariamente un casting di almeno 150 grammi, in tre pezzi, da 14 piedi e non di più, con una grande riserva di potenza nel manico e buone capacità nei lanci lunghi).
Caratteristiche
Il manico, è spesso trascurato dai produttori, si usa magari del buon sughero e un buon portamulinello, per poi buttarsi su diametri di impugnatura molto (troppo) elevati. La parte medio-terminale del sughero deve essere piatta, così che si appoggi meglio all’avambraccio senza scivolare.
Gli anelli: devono essere in SiC, o comunque in un materiale che non venga inesorabilmente segnato dai filati in treccia in breve tempo.
I tips, i vettini intercambiabili di differente sensibilità poi sono spesso una nota dolente. Molto spesso di tre o quattro vettini a disposizione nelle canne in commercio, solo uno (se va bene due) sono effettivamente ben dimensionati per la curva della canna che vanno ad equipaggiare.
Innesti: lo spigot, per questioni di mantenimento della conicità tra un pezzo e l’altro della canna, è da considerarsi il migliore.
Il Mulinello
Il ledgering è una tecnica di pesca che può essere decisamente gravosa per le attrezzature, e il mulinello è senz’altro una parte molto stressata da grossi sforzi meccanici, quando sono in gioco zavorre pesanti anche 150 grammi da usare in forti correnti. Con questo non è che esista il “mulinello da ledgering”, beninteso. Tuttavia, date le premesse, due sono le cose che devono caratterizzare il recupero adatto a questa tecnica: robustezza e affidabilità nel tempo, caratteristiche che tornano sempre buone anche quando pratichiamo il ledgering in acque più tranquille con feeder più leggeri. Non servono mulinelli pieni di cuscinetti a sfere o realizzati con la più recente lega astronautica. Bisogna far mente locale sul fatto che, molto spesso, ci capiterà di adoperare feeders molto pesanti, da recuperare spesso, in correnti anche molto forti, magari anche con un bel barbo da tre chili da portare a riva. Ecco perché dobbiamo orientarci verso attrezzi “tosti”, che non significa necessariamente grossi e pesanti, ma adeguati ad un lavoro che spesso può essere gravoso.
Caratteristiche
Per quel che riguarda le misure si può dire che, dal più al meno, mulinelli dalla classe 3000 fino alla 5000 per un ledgering pesante si possono coprire molte situazioni con buona soddisfazione del pescatore. Per la scelta di un mulinello da accoppiare ad una canna da ledgering, attenzione particolare va data nel bilanciare adeguatamente l’insieme canna-mulinello. Se su una winkle-picker da 2.70 metri montiamo un pesante mulinello classe 4000 è solo sbagliato e inutile, accoppiare un piccolo 2500 ad una potente continental da 14 piedi, con pasturatori lanciabili fino a 150 grammi porterà il nostro minuscolo recupero a squinternarsi nel giro di poche uscite. Per fare degli esempi, potremo regolarci in questo modo: per una 10- 12 piedi (3 – 3,60 metri) da acque ferme-lente, fino a 60 gr. di casting, un classe 3000; per una all-round, fino a 90-100 gr. di casting, un 4000; ad una potente canna da barbo o da carpa, oppure una, un 4000 o anche 5000 magari con bait-runner (per i più “neofiti”: vedremo poi di che si tratta).
Per quel che concerne la frizione, un front-drag (frizione anteriore) ha spesso una regolazione più accurata e una frizione più progressiva di un rear-drag (frizione posteriore) ma per ragioni di comodità nella regolazione durante il combattimento ognuno sceglie il mulinello più appropriato alle proprie esigenze.
Occhio ai particolari
L’attenzione ai particolari meno evidenti possono portarci poi ad meglio apprezzare un mulinello con l’uso, piuttosto che farci affascinare dal primo impatto estetico, ad esempio badare che il complesso gambo-piede non fletta sotto trazione (purtroppo ce ne sono parecchi di questi mulinelli, dal corpo in pseudo-grafite, spesso in plastica, che hanno il brutto vizio di dondolare da tutte le parti quando sono sotto sforzo perché costruiti con materiali non sufficientemente rigidi). Altro particolare di cui tenere conto è il blocco della manovella: spesso, quando è a pulsante, si presentano giochi fin troppo evidenti, che sicuramente tenderanno ad amplificarsi durante l’uso. Potendo scegliere, l’ideale sarebbe rivolgersi a mulinelli col corpo in metallo e con il blocco della manovella a vite. Oppure, in caso di attrezzi col corpo in materiale sintetico e/o manovella pieghevole a pulsante, avere l’occasione di provare in pesca il mulinello … di qualcun altro.
il bait-runner. Si tratta di un particolare meccanismo (molto usato nei mulinelli da carp-fishing e surf-casting), una sorta di doppia frizione, che, una volta inserita, lascia la bobina del mulinello regolata con una taratura molto più leggera. Basta poi un mezzo giro di manovella e la taratura della frizione ritorna ad essere quella che avevamo impostato precedetemente. Un simile accorgimento, nel ledgering, diviene molto utile quando si ha a che fare con pesci dall’abboccata molto violenta, come la carpa oppure il barbo europeo di taglia, capace di spaccare in mangiata anche terminali dello 0.20. Pescando col bait-runner aperto, con mulinelli di taglia 4000 o 5000, di misura ridotta quindi rispetto ai normali mulinelli da carpfishing, (molte Marche italiane e straniere ne hanno ormai in catalogo) il pesce dall’abboccata al fulmicotone parte senza incontrare resistenza (oltre a quella del feeder, s’intende, che nel caso ha però un buon effetto autoferrante), ma non riesce a raggiungere il carico di rottura del terminale. Starà quindi a noi, dopo la fuga del pesce, gestire la ferrata e regolarci la frizione principale durante il combattimento. Per il resto valgono le solite raccomandazioni valide per qualunque altra tecnica: scegliete un mulinello che abbia almeno una bobina di scorta, con un recupero a spire incrociate se intendete usare del trecciato onde evitare fastidiose parrucche, con una frizione che sia scorrevole e progressiva e che, soprattutto sia affidabile, robusto e bilanciato con la canna su cui lo monteremo.
Antitangle
Comunemente con la parola antitangle (antigroviglio per i meno anglofoni) si intende un tubicino in plastica più o meno rigida, più o meno lungo, a cui è saldamente assicurata una perlina con moschettone. Si trovano belli e pronti nei negozi, ma con un po’ di bricolage si possono anche autocostruire.

Feeder
Uno dei tratti distintivi del ledgering è proprio quello di avvalersi di un feeder (pasturatore) per attirare e mantenere il pesce nel raggio d’azione del terminale. È questa la “trovata geniale” degli anglers britannici che hanno portato la comune pesca a fondo ad evolversi nel moderno ledgering. Vi sono alcuni feeder che potremmo denominare classici, che riescono a coprire la maggior parte delle situazioni di pesca nelle nostre acque. I feeder che prendiamo in considerazione sono quattro: open-end, block-end, cage feeder e method feeder. Naturalmente, in molte variazioni possibili, i pasturatori usati nel ledgering sono molti di più, e le indicazioni sono ad hoc per un neofita.
Gli open-end:

Si tratta di pasturatori perlopiù di sezione ovale o circolare, aperti da entrambi i lati, così costruiti proprio per poter ospitare e rilasciare una pasturazione composta prevalentemente da sfarinati, che posso essere integrati da (pochi) bigattini da pellets o da mais. Caricarlo è molto semplice, basta infilarlo ripetutamente nelle pastura fino a riempirlo, avendo cura di non schiacciare eccessivamente il contenuto, regolandosi sulla corrente.
I block end
soprattutto nella loro configurazione oval, sono probabilmente i pasturatori più usati dai pescatori dei grandi fiumi del piano – ma anche in Tevere, dove certo non mancano grossi esemplari di Barbus Barbus. Chiusi alle estremità danno il meglio caricati di bigattini, anche se non è inusuale adoperarli mescolando (poca) pastura alle larve laddove la corrente più sostenuta riesce a far fuoriuscire agevolmente il contenuto dai piccoli fori. I block end si trovano anche in grammature considerevoli (anche fino a 170 grammi), proprio per la loro innata predisposizione alle acque più veloci e profonde.
I cage feeder
costruiti di maglia metallica o di materiali sintetici, si utilizzano prevalentemente in acque ferme o poco mosse. La loro struttura consente di rilasciare la pastura, composta da sfarinati, in modo molto facile, visto che si tratta di un feeder dotato di moltissime vie di uscita.
I method feeder
pasturatori “condivisi” da ledgering e da carp fishing, sono feeder con un conformazione ed un utilizzo particolari. La pastura infatti non si mette all’interno ma si avvolge all’esterno di una sorta di scheletro (oppure di una specie di “molla” di filo metallico) fino a formare una palla dalla consistenza molto elastica e resistente. Il terminale (molto corto, 15-20 cm) con l’amo innescato magari a pellets con un hair rig resta molto vicino alla palla di method mix, quando addirittura non viene infilato direttamente nella palla di pastura stessa. Nato e usato prevalentemente per la carpa e in acque ferme, ha dimostrato di poter ben funzionare anche per altri pesci ed in correnti anche abbastanza sostenute. I method si trovano sia da montare in-line (in linea con la madre lenza) che bolt (assicurati ad una perlina con moschettone, in genere di piccolo formato), ma i più comuni da trovare sono sicuramente quelli in-line, molto usati anche dai “cugini” del carp fishing.
Postazione di pesca
Il legering è una tecnica statica, nel senso che non si percorre la sponda di un fiume alla ricerca del pesce, come farebbe uno spinnigofilo o un moschista, ma si cerca di attirare il pesce alla portata delle nostre esche. Ecco che il ledgering diventa una pesca molto dinamica, anche se restiamo sempre seduti nello stesso posto. E’ chiaro quindi che occorre farsi una postazione il più possibile comoda, funzionale e personalizzata, affinché, nei limiti del possibile, una volta che iniziamo a pescare abbiamo tutto sottomano e non dobbiamo più alzarci dalla nostra postazione. Ma non basta che stiamo comodi noi: spesso relegato ad accessorio secondario, un buon rod rest (appoggiacanna) ben saldo su un robusto palo bene infisso alla giusta distanza e alla corretta altezza fanno la differenza tra una sessione di ledgering difficoltosa ed una di successo.
Sedute
Una sedia da carpfishing, (se non dobbiamo percorrere notevoli distanze per raggiungere il nostro spot) obbligatoriamente con le gambe regolabili, volendo anche con lo schienale regolabile in inclinazione (ma il peso di una sedia con schienale regolabile aumenta). Oppure possiamo optare per un panchetto (o paniere), non enorme e pesante (non deve sostenere una roubaisienne da 14.50 appoggiata ai pole rest), sicuramente con pedana e vassoio porta esche. Se opteremo per la sedia da carpfishing, più leggera da trasportare di un paniere e meno costosa, necessario è, anche l’acquisto di un tavolino portatutto. Il panchetto invece viene spesso fornito completo di un praticissimo vassoio, offrendo la praticità del “tutto in uno” ed una ergonomia d’uso davvero notevole, ma con un maggior peso ed un considerevole ingombro nel trasporto, per non parlare.
Rod rest
L’appoggiacanna per il ledgering si compone di due elementi: un palo telescopico, in genere di alluminio o acciaio, e il rod rest vero e proprio, di cui ne esistono moltissimi tipi differenti. La lunghezza e la robustezza del palo sono importanti, non prendiamo nulla che non si estenda ad almeno un metro e mezzo e scegliamo pali dal diametro non troppo sottili. Pali spessi un mignolo saranno anche molto “fini” a vedersi ma balleranno alla minima folata di vento, muovendo inesorabilmente la nostra canna e facendoci perdere le abboccate. Anche qui fondamentale è come e dove piazzeremo il nostro rest. Che sia ben piantato e stabile è cosa che va da sé, quindi prima di piazzare sedia, tavolino, panchetto, nassa e quant’altro, cerchiamo il luogo migliore dove mettere il palo appoggia canna e il resto disponiamolo in funzione di quello. Se opteremo, o già possederemo un panchetto, vi sono poi delle aste appositamente progettate per il ledgering da fissarsi al panchetto stesso, soluzione questa dalla massima stabilità indipendentemente dalla conformazione della riva del fiume e dalla sua composizione (trovare un posto dove infilare sul palo di rest in una prismata può essere un’esperienza decisamente irritante).
montatura da ledgering
Una montatura da ledgering, come tutte le montature da pesca a fondo, deve assolvere a due principali compiti: sostenere il piombo o il pasturatore nel migliore e più efficace dei modi ed essere il più possibile anti-garbuglio. Molto spesso infatti nel ledgering vengono usati terminali decisamente lunghi e di diametri relativamente sottili. Va da sé che, avere un finale di un metro e più di 0.12 che svolazza qua e là durante il lancio può creare qualche problema. Si adottano perciò alcuni piccoli accorgimenti nel costruire le nostre montature da ledgering. Vediamone due, buone un po’ per tutto e in tutte le occasioni.
Antitangle
Normalmente, procediamo in questo modo: fatta passare la madrelenza negli anelli della canna (una montatura da ledgering si prepara generalmente sul luogo di pesca), infiliamo uno stopper di gomma di misura adeguata al filo e successivamente una perlina di gomma. Poi, con la parte più lunga rivolta verso il basso, ovvero con la perlina a moschettone posizionata verso l’alto, infiliamo l’antitangle e un’altra perlina salvanodo. Leghiamo poi la girella rolling (le misure più usate vanno dal 18 al 10, a seconda di quanto pesante si pesca, del pesce insidiato etc.) a cui andrà successivamente fissato, con una piccola asola, il terminale con l’amo. Regoliamo poi lo stopper in modo che l’antitangle possa scorrere liberamente per circa trenta centimetri e fisso il feeder (pasturatore) al moschettone dell’antitangle. Una montatura del genere, semplicissima da realizzarsi, assolve a due precisi compiti:
- quello di evitare il più possibile grovigli del terminale sulla madre lenza e sul pasturatore, frapponendo un elemento rigido a distanziare le varie parti che compongono la montatura;
- dare modo al pesce di abboccare senza sentire un’immediata resistenza dovuta al peso del feeder, poiché la lenza può scorrere per trenta centimetri prima di bloccarsi sullo stopper.
In molti non usano nessun accorgimento per fermare lo scorrimento dell’antitangle, lasciandolo libero di muoversi liberamente lungo tutta la madrelenza a disposizione, ma si può preferire di limitarne il movimento con uno stopper e una perlina salvanodo (lo stopper da solo spesso si infila nel foro dell’antitangle bloccandolo) per poter contare su un certo effetto autoferrante della montatura: una volta che il pesce ha “corso” per trenta cm, il peso del pasturatore aiuterà l’amo a infilarsi nella bocca del pesce con maggiore efficienza.
Multiloop
Anche questa montatura si ottiene direttamente dal filo in bobina, cominciando con l’infilarci una perlina con moschettone per l’aggancio del pasturatore, e una perlina salvanodo in gomma. Con un nodo semplice doppiato si forma poi un’asola di circa mezzo metro, e poi un’altra di una trentina di centimetri in cui resterà a scorrere il feeder o la perlina con moschettone, avendo cura che quest’asola maggiore, in cui è posizionata la perlina salvanodo, sia quella più in alto sulla madrelenza, e che il salvanodo sia posto in basso, ad assolvere la sua funzioni … di salvanodo, appunto, ammortizzando le sollecitazioni che il peso del pasturatore potrà dare sul nodo stesso. Un altro nodo doppio formerà l’asola a cui attaccheremo il terminale, direttamente con un’altra asola ottenuta dal filo del terminale stesso oppure usando una girella. La doppiatura del filo disposto in tre asole dà un discreta rigidità al tutto, con un effetto anti-garbuglio non infallibile ma sufficiente alla bisogna.
Usare l’antitangle e il multiloop

Una montatura con antitangle è decisamente più adatta ad un ledgering in corrente, magari con lanci relativamente lunghi e con feeder di un certo peso (dai 60-70 grammi in su), anche se non è vietato da nessuno il suo uso con feeder più leggeri. La lunghezza dell’antitangle (ve ne sono di diverse misure, da 5 cm fino a oltre 30 cm) va rapportata alla distanza a cui andremo a lanciare il nostro pasturatore, ma con antitangle da 15 cm circa si riesce a coprire un buon numero di situazioni. Il multiloop è più adatto ad una pesca in acque meno mosse, più inglesi per così dire, anche se può capitare di usarlo con successo in situazioni di acqua decisamente corrente. Il limite, però, sta proprio nell’uso di pasturatori particolarmente pesanti che, a forza di lanci e recuperi, stressano molto l’asola in cui vien fissato il pasturatore stesso, deformandola e indebolendola parecchio. E’ quindi una montatura da usarsi con feeder da 40/50 grammi al massimo, meglio con feeder più leggeri e quindi in acque poco mosse.
Qualche piccolo trucco o accortezza per un neofita del ledgering alle prese con le montature:
• Il filo in bobina è quello con cui costruiremo la madrelenza, a cui attaccare poi il feeder. Normalmente i moderni mulinelli hanno tutti due bobine in dotazione; caricare una con uno 0.18-0.20 e l’altra con uno 0.22-0.25, riusciremo così a coprire una varietà di pesi lanciabili più ampia, arrivando, con lo 0.25, anche a poter usare un pasturatore da 90 grammi.
• L’antitangle può essere usato anche con la parte corta rivolta verso il basso, avendo cura di usare un tubicino in silicone, lungo almeno 10-15 cm, da infilare nel terminale e bloccare sulla girella: si avrà così una lunghezza maggiore di montatura antigroviglio senza dover usare antitangle molto lunghi.
• Uno dei punti in cui il terminale si aggroviglia più facilmente è il moschettone a cui agganciare il feeder. Infilandoci sopra un pezzo di tubetto di silicone di lunghezza e diametro adeguati si può prevenire questo inconveniente con una certa efficacia.
• La madre lenza con cui confezioneremo la montatura deve essere proporzionata col diametro del finale, pena la possibile rottura del terminale per troppa differenza di elasticità fra madre lenza e terminale stesso. Se pescheremo con in bobina un rigido e poco elastico 0.25 usando un terminale dello 0.12 probabilmente stiamo sbagliando qualcosa.
Terminali

Se pensiamo di pescare con, ad esempio, 70 cm di finale, facciamolo di 90. Ad accorciare c’è sempre tempo, ad allungare bisogna rifare tutto. Di solito con 60/70 cm di terminale si può pescare un po’ dappertutto, un po’ tutti i pesci con quasi tutti i diametri di filo (escludendo il ledgering col method, dove 20-25 cm è da considerare la lunghezza massima da utilizzare). Molte volte però la differenza la fa pescare lungo, spesso molto lungo, anche oltre il metro. In spot molto battuti può fare la differenza, quasi che (e non è detto che no sia così) la vicinanza del feeder con l’amo innescato insospettisca il pesce, soprattutto cavedani, pighi e barbi nostrani. Certo è che, se si pesca con lunghi finali di monofilo abbastanza sottile, diciamo sotto lo 0.14 per non parlare dello 0.10, con ami piccoli e innescati magari con un solo bigattino, il rischio di fare un bel groviglio di filo ad ogni lancio è molto alto. Il metodo che normalmente si usa per diminuire il rischio di grovigli del finale è di fare una specie di terminale da fly fishing:
- Montiamo l’amo su un monofilo dello 0.12, leghiamo l’amo su 45/50 cm di 0.12, poi, attraverso un’asolina, colleghiamo il terminale con l’amo ad uno spezzone di 0.14-0.16 lungo anch’esso 45-50 cm. Tra asole e legature, il terminale verrà più o meno della lunghezza desiderata, e la maggiore rigidità del nylon più spesso aiuterà a scongiurare molti problemi di garbugli, tenendo più lontano da feeder, girelle e ammennicoli vari in cui possa aggrovigliarsi, il finale vero e proprio.
Altra piccola accortezza antigroviglio per terminali sottili, e che prendiamo pari pari da alcuni rigs da carp fishing, è l’uso di tubicini in silicone, nero, verde o trasparente. Lunghi 10-15 cm, di diametro adatto ad essere infilati nella girella a cui assicuro il finale, fanno da antitangle in maniera quasi perfetta. Tuttavia nulla come l’esperienza e la frequentazione del fiume può dettare e migliori regole per adattare la nostra montatura al finale più adeguato. In caso di mancata risposta del pesce, forse è proprio il terminale (o il feeder di peso non adeguato) che può cambiare un cappotto in una giornata di pesca soddisfacente, ma queste sono cose che si imparano andando a pesca il più spesso possibile, anche se dopo tutte le prove possibili nessun pinnuto risponde all’appello.
Le esche
L’esca comune per il ledgering e il feeder fishing è certamente il bigattino. Il bigattino, o bachino, gianin, cagnotto, a seconda del nome regionale, altro non è che la larva della mosca carnaria, come tutti sappiamo. Comodo, poco costoso, imbattibile d’inverno, specialmente sul pesce di taglia che cerca il cibo per ricostituire calorie, efficace con molte specie di pesci, resistente all’innesco e facile da reperire, insomma, difficile non prendere in considerazione un’esca simile. Altra esca classica, soprattutto con le carpe e soprattutto nella stagione calda, è il mais. Esca vegetale per eccellenza ha anch’essa tutte le doti per restare simpatica a qualunque pescatore di ciprinidi.
Il bigattino
Se si innescano un paio di bigattini, accade spesso che recuperando la lenza, magari dopo un lancio di alcune decine di metri l’esca ruota su se stessa, attorcigliando il filo. Un piccolo trucco per evitare questo inconveniente è quello di innescare, appuntandoli appena appena, i due bachini uno per la testa (la parte a punta) e uno per la coda (la parte tozza). Una delle note dolenti del bigattino è la sua poca utilizzabilità con ami robusti e dal filo spesso; tende a “scoppiare”, svuotandosi e morendo in breve, perdendo quindi parecchia della sua attrattiva verso i nostri avversari pinnuti. A volte però è necessario usare ami di quella sorta, che non si “aprano” facilmente, e chiunque abbia allamato un grosso barbo in corrente o una carpa di taglia sa che, se il terminale resiste, un amo inadeguato può aprirsi in men che non si dica non è facile porre rimedio a questo problema, se non selezionando, con l’uso e l’esperienza, gli ami più adatti – ma di questo lavoro in più da parte nostra il povero bigattino non ha colpa. Come, in certi frangenti, non ha colpa di essere un’esca poco selettiva in termini di taglia. Se la minutaglia è attiva e altamente presente, a ledgering come in tutte le altre tecniche di pesca, non è facile venirne fuori se come esca ci si è portati appresso solo bigattini. Usato come pastura, da solo o mescolato a sfarinati, il bigattino è anche una buona “imbottitura” per i nostri feeder. Anche adoperando i block-end.
Mais
Il chicco di granturco non delude quasi mai, soprattutto all’approssimarsi dei primi tepori e spesso fino ad autunno inoltrato. A volte, tanto per rendere un po’ più movimentata l’esca e invogliare il pesce a scegliere il mio fra i tanti grani di mais di pastura presenti sul fondo, appunto per la coda uno scodinzolante bigattino. Il mais è prevalentemente, anche se non necessariamente, un’esca da acque ferme, e trova, come pasturazione e mescolato a sfarinati, la sua naturale collocazione in feeder a gabbietta e in open end. Anche il method è una tecnica di pesca a ledgering in cui il mais si presta ad essere usato con efficacia, sia come esca, su hair rig o innescata direttamente sull’amo, che mettendone i grani sulla palla di method mix, magari insieme a pellets e boiles spezzate.
Pellets & Co
L’uso delle pellets nella pesca in fiume o in acque dolci in generale è ormai pratica comune, persino in quelle tecniche agonistiche che, differentemente dal ledgering, prevedono l’uso del galleggiante, e addirittura per pesche a mezz’acqua. Oltre alle pellets, tra le esche “insolite” per il ledgeringofilo italiano medio ci mettiamo le microboiles (boiles inferiori a 15 mm di diametro), la carne (questa usata veramente pochissimo) e il pane. Il ledgering con pellets come esca si adatta bene al method, principalmente alla carpa di buone dimensioni in acque ferme.
Pellets e microboiles
Parlando di queste due esche il primo pesce da insidiare che ci viene alla mente è sicuramente la carpa, ma restringere a questo pinnuto l’unico obbiettivo di pellets e microboiles è sicuramente riduttivo. Come potranno testimoniarvi tutti i carp-anglers che pescano anche con boiles di grande diametro, grossi cavedani (e sto parlando di pesci anche di più di due chili!) bremes e quant’altro non disdegnano affatto di dedicarsi alle “palline bollite” o alle pellets. Un altro uso delle pellets, di piccola dimensione, è quello di essere mescolate con la pastura da inserire nel feeder, indipendentemente dall’esca usata sull’amo.

